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‘Conversazioni’ vicentine 2016 (secondo round): Sokurov e Naturalis Labor

‘Conversazioni’ vicentine 2016 (secondo round): Sokurov e Naturalis Labor
di Francesco Tozza
Francesco Tozza

Francesco Tozza

Siamo tornati volentieri alle Conversazioni vicentine, che nuova linfa hanno iniettato quest’anno nella vecchia e gloriosa rassegna di teatro classico, come dimostrato dagli spettacoli visti nei primi giorni (per i quali si rinvia al nostro precedente articolo in materia). Eravamo soprattutto incuriositi dal tanto atteso (e ampiamente pubblicizzato) debutto in teatro di un grande esponente della cinematografia russa di questi anni, Sokurov, del quale basterà ricordare l’intrigante Faust del 2011. Avevamo anche programmato la visione, trovandoci in loco, dello spettacolo immediatamente successivo (Lovers), messo in scena da una giovane compagnia di danza contemporanea (Naturalis Labor), per la regia di Luciano Padovani e la collaborazione, nelle coreografie, di Silvia Bertoncelli: nomi per noi (ma non solo per noi!) piuttosto nuovi, ma sui quali, forse proprio per questo, non bisognerebbe mai perdere l’abitudine di indagare! Come spesso accade in questi casi, l’ignoto (o il meno noto) ha prevalso sul già noto, nel senso che lo spettacolo di Sokurov (anche se si trattava di un debutto, evidentemente temuto, in ambito diverso dal proprio: scherzi della spesso risorgente e mai del tutto sopprimibile distinzione dei generi!) si è rivelato per molti versi deludente, mentre i giovani danzatori di Naturalis Labor, con i loro vaghi e conturbanti percorsi coreografici nelle trame d’amore delle più celebri coppie scespiriane, hanno sinceramente convinto e, nel corso del loro spettacolo itinerante fra le supreme bellezze della Basilica palladiana, hanno letteralmente entusiasmato gli spettatori; anche noi per la verità, non certo facili a tali forme di reazione emotiva (se non altro per motivi anagrafici e conseguente lunga esperienza, che peraltro ci fa sentire più liberi e sicuri all’interno di quella “stanza separata” – di garboliana memoria – cui cerchiamo di mantenere il nostro giudizio critico, pur nel mare di conformismo dilagante).

Al di là, infatti, delle nostre attuali preferenze per talune forme di teatro-danza (emblematicamente diffuse, pur nelle numerose varianti, fra i non pochi epigoni della grande Bausch), era a nostro avviso incontestabile, nella condotta scenica di Naturalis Labor, una notevole cifra di teatralità: soprattutto una padronanza del corpo, senza i residui manierati del vecchio balletto classico, se mai con pertinenti e seducenti riferimenti alla cultura figurativa più o meno coeva alla drammaturgia del grande Bardo; il tutto con accompagnamento di musiche originali e/o rielaborate, in ragguardevole coerenza con l’ormai invalso ma non sempre felice matrimonio fra i diversi linguaggi artistici (bellissima ad esempio l’eco, cadenzata e martellante ad un tempo, delle scene conflittuali fra gli esuberanti rampolli delle famiglie veronesi, dal Romeo e Giulietta di Prokofiev). Certo il rischio della ripetizione, quindi della maniera (non nel caso specifico, però) resta in agguato: ci pensavamo vedendo, qualche giorno dopo all’Argentina di Roma, lo spettacolo (Passione) di Emio Greco, coreografo da ben più risalente data attivo sui nostri palcoscenici. Questa volta era alle prese – per la collaborazione artistica di Peter Scholten e quella specificamente musicale di Frank Krawczyk – con il celebre capolavoro bachiano (la Passione secondo Matteo), trascritto per pianoforte e interpretato in alcuni dei suoi momenti essenziali dallo stesso Krawczyk sul palco, fra sette corpi danzanti in piena retorica gestuale e qualche fastidioso quanto pleonastico intervento didattico/pedagogico al microfono (!), soprattutto da parte dello stesso coreografo. Con buona pace della pretesa decostruzione degli stilemi della danza classica e dell’odiosamata contaminazione (sempre lei!) fra i linguaggi, qui assai poco efficacemente realizzate e inutilmente ostentate.

Ma, per tornare a Sokurov, cosa non andava, a nostro modesto avviso ovviamente, nel suo spettacolo? Non certo la scelta, come sua fonte d’ispirazione principale, anche se non unica, del testo di un altro illustre esordiente in ambito teatrale, Josif Brodskij, premio Nobel per la letteratura nel 1987: il suo Marmi (tr. Ital., Adelphi, Milano 1995), rimasto consistente ma solitario approdo (se si prescinde da un atto unico e da alcune traduzioni) alla scrittura drammaturgica, ha le innegabili prolissità e pesantezze proprie a chi non è abituato all’esercizio della parola scenica, che ha ben altri ritmi e una diversa economia espressiva rispetto alla parola delle altre tipologie di scrittura. E tuttavia non è un testo privo d’interesse. Nel dialogo fra i suoi due protagonisti, beckettianamente sospesi fra l’irrilevante quanto impossibile culto del passato e l’immersione in un fantascientifico presente/futuro, pieno di false comodità ma terribilmente imprigionante, c’è l’ossessione del tempo, inteso come ripetizione dell’identico, cui inutilmente si contrappongono “le teste mozze della civilizzazione”, i busti dei classici, insomma i marmi dei “signori della mente”. Tema, a ben vedere, estremamente attuale, che sembra però non aver interessato più di tanto il regista russo. Il quale ha calato il quasi metafisico colloquio fra i due interlocutori di Brodskij (gli attori Max Malatesta e Michelangelo Dalisi) in una fantomatica piazza di paese, italiana forse, fra saltimbanchi, avventori di modesti caffè all’aperto, più o meno interessati spettatori di un film di Fellini (una folla, insomma di circa 50 persone), storicizzando, derubricando per così dire, una tessitura narrativa di ben più alto respiro. Rimanevano i marmi, appunto, le statue della bella scena del teatro Olimpico, a rivendicare – nella loro immobile ma superba perfezione – l’insostenibile pesantezza dei classici, necessaria però a denunciare il corrivo chiasso dei nuovi barbari, l’arrogante oltraggio ad una cultura relegata ormai, come i suoi uomini illustri (poeti, politici, filosofi) al rango di “pensiero dimenticato”.

Ma, a ripensarci, non era forse questo che voleva dire Sokurov? E’ probabile; magari suo malgrado (il teatro fa di questi scherzi, facendo esplodere creatività anche dai luoghi o dalle situazioni da cui non te l’aspetti). Certamente però senza la vera consapevolezza del regista, soprattutto di quell’ingente massa di attori e comparse, così cinematograficamente adoperata, con i fantasmi di altre culture (Fellini, la Magnani, lo stesso Brodskij) ormai non meno oltraggiate dalla società dei consumi o “società dello spettacolo” che dir si voglia.

In primo piano, lo spettacolo messo in scena dalla compagnia ‘Naturalis Labor’

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