Convertirsi non è rintanarsi all’ombra del perbenismo

Convertirsi non è rintanarsi all’ombra del perbenismo
di Michele Santangelo

Christ-and-the-Samaritan-woman-24042008Una volta, e neppure moltissimo tempo fa, una delle prime conoscenze che si cercava di comunicare ai bambini che frequentavano i corsi di catechismo era che “Dio è l’essere perfettissimo, creatore del cielo e della terra”. Poi, naturalmente, era necessario spiegare il senso di questa parola “perfettissimo” e tutto quello che ne conseguiva e, via di seguito, con domande tutte concatenate tra di loro, perfette sintatticamente, grammaticalmente impeccabili e logicamente coerenti. Tutti imparavano a memoria e molti, ancora oggi, a distanza di non pochi anni, sono capaci di ripetere alla perfezione. Ma quasi sempre, oggi come allora, pur rimanendo assolutamente vere e incontestabili, sono espressioni per le quali, con tutti i forse possibili, non ci si entusiasma, non ci si emoziona. Probabilmente i pensieri che per primi si affacciano alla mente sono pensieri di grandissima ammirazione per tanta perfezione che, però, rimarca in modo inequivocabile la distanza siderale di questo nostro Dio dalla nostra miserevole condizione di esseri estremamente imperfetti, deboli, vittime della nostra stessa natura, più inclini a fare il male che il bene, come ci dimostrano le tante situazioni di guerra, di sofferenza, di ingiustizia, che producono fame, carestia, desolazione, movimenti di milioni persone che fuggono, fuggono, sapendo con sicurezza solo da dove fuggono ma senza avere chiaro nella mente e nel cuore un approdo sicuro. Una immagine di Dio che pur rimanendo totalmente vera, fa riferimento molto più a ragionamenti di uomini che a ciò che Dio stesso ha voluto comunicare di Sé, attraverso la sua parola, prima consegnata al suo popolo attraverso i profeti i quali proponevano un Dio incarnato, presente, operante, legato a filo doppio alla stessa storia di quel suo popolo, storia che per questo diventa storia di salvezza. Ed è così che si presenta a Mosè dal roveto ardente: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”. Questa l’identità che per volere di Dio stesso Mosè deve comunicare al suo popolo: “Così dirai agli Israeliti: “Io Sono mi ha mandato a voi”». Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: “Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi”. E nel presentarsi, il Signore aveva ricordato al suo profeta: “Sono sceso per liberarlo (il popolo d’Israele) dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele». È Dio che ha pietà e compassione del suo popolo, anche se questo spesso ha meritato altro, costruendosi il vitello d’oro e adorandolo, dubitando di lui davanti alla sofferenza, alla carenza di cibo e di acqua nel deserto. È un Dio misericordioso che fa piovere sui buoni e sui cattivi, al quale interessa fare breccia prima di tutto nel cuore degli uomini, per poter comunicare ad essi una fede coinvolgente, capace di abbracciare tutto il loro essere e non solamente una fredda adesione intellettuale. Nella stessa direzione va la lezione impartita da Gesù stesso nel brano del vangelo di Luca in questa terza domenica di quaresima, nel quale alcuni riferiscono al Maestro del grave fatto di sangue ad opera di Pilato contro alcuni Galilei aspettandosi una chiara presa di posizione. È un po’ quello che facciamo anche noi, quando di fronte a certe sciagure che colpiscono tutti, buoni e cattivi, invochiamo l’intervento di Dio a punire, in qualità di giustiziere, i colpevoli. Ma Gesù è sempre e comunque per la vita; al suo cospetto deve nascere e consolidarsi nel cuore degli uomini la speranza, la fiducia, non la paura. E se conversione deve essere, non può avvenire per paura del castigo, ma per il desiderio di corrispondere ad un amore infinito. Dio sa aspettare. Il momento propizio per portare frutti di bene arriva per tutti. Gesù non lancia avvertimenti con stile mafioso: “Egli è potente”; distribuisce piuttosto inviti: “Convertitevi e credete al vangelo”. È un invito che riguarda tutti, anche quelli che sono soliti ripararsi all’ombra del loro perbenismo, nella convinzione di “essere a posto”.

 

 

 

 

redazioneIconfronti

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