“Corpo-Pensiero-Voce”, master class per cantanti lirici

“Corpo-Pensiero-Voce”, master class per cantanti lirici
di Alfonso Liguori

CG032Ciò che si fa davvero, lo si fa solo per amore. Il nostro amore per il Teatro, sia di Prosa che Lirico, possiamo dire, senza tema di smentita, che è decisamente grande. Ed ancor più in questo difficile periodo, tale amore si rinsalda nella convinzione che solo dalla cultura possa nascere una vera via di uscita dalla crisi.

Per tal motivo, è con grande piacere che rispondiamo alla richiesta di questa testata di raccontare la nostra iniziativa.

L’associazione MaBo Art, in collaborazione con la Fondazione Alario-Velia, ha concepito una Master Class per cantanti lirici dal titolo “Corpo-Pensiero-Voce (una metodologia per lo studio e la costruzione del personaggio)”, con tre docenti che opereranno in maniera coordinata, chi scrive, i Maestri Giuseppe Bisogno ed Emanuela Di Pietro, e che avrà luogo, nella sede della Fondazione nei periodi 11-15 novembre, e 10-15 dicembre di quest’anno, con serata conclusiva aperta al pubblico. Un unico lavoro suddiviso in due blocchi, necessari allo sviluppo del nostro progetto, è già una novità per questo tipo di attività molto diffusa e frequentata dai giovani cantanti lirici, i quali, attraverso la Master Class, incontrano e si confrontano con importanti cantanti già in carriera o verso la fine della stessa, per apprendere fondamentali nozioni sul canto lirico.

Ma qui nasce la nostra prima domanda: basta, oggi, la sola (e già di per sé complessa) competenza canora a fare di un cantante un ottimo cantante? Il Teatro lirico è solo canto o è dovere dell’interprete pensare a un “qualcosa in più”?

Noi crediamo che al giorno d’oggi sia necessaria per il cantante una completezza di preparazione che preveda una maggiore attenzione al movimento e alle possibilità del corpo, al testo letterario, all’analisi drammaturgica, alla contestualizzazione psicologica. Dunque una più profonda e consapevole capacità recitativa che non sia soltanto il banale “sapersi muovere”, fine a se stesso, ma il cogliere quel corretto valore espressivo che renda ogni azione, verbale e fisica, Teatro. Perché la Lirica, per quanto la musica ci trasporti, tutti, in un meraviglioso mondo, nasce, è stata e resta, innanzi tutto Teatro.

Un ragionamento semplice e confermato dalla storiografia ci ha indicato la strada. Sappiamo che il teatro greco, unica e meravigliosa genesi di tutto, dopo la deflagrazione dell’impero romano ci è rimasto sconosciuto fino ai primi del 1500 quando in Italia trovarono traduttori, editori e lettori i testi di Eschilo, Sofocle, Euripide. Il tempo di diffondersi, di stuzzicare la fantasia, e nasce verso la fine del ‘500 la ben nota Camerata de’ Bardi, con l’intento di ricreare gli stilemi della tragedia greca. Ma ricrearli in cosa? Nella loro esposizione, nel porgere la Parola, nel “parlato alto”, nel declamato, in quello che i greci stessi tendevano a definire “canto”, dando vita a ciò che il mondo conosce come il “recitar cantando”.

Avveniva, contemporaneamente, una cosa interessantissima: le compagnie teatrali, che fino ad allora avevano vissuto all’interno delle corti, ne vengono estromesse, guarda caso sempre per i soliti motivi economici (i tagli alla cultura paiono esser antica tradizione italiana, per la quale non si riesce ancora ad attuare una piena inversione di tendenza). Cacciati, vilipesi e abbandonati, gli attori inventeranno in quel periodo a cavallo tra ‘500 e ‘600 la struttura organizzativa ed operativa del Teatro per come ancora noi oggi lo conosciamo. Ma alcuni attori, avendo buone qualità canore, intuirono che nel nuovo settore ideato a Firenze ci sarebbe potuta essere sostanza lavorativa, e si orientarono, dunque, verso il nuovo genere.

Ed è a questo punto che la storia si fa interessante. Perché, infatti, come cantassero i primi interpreti della Camerata ci resta oscuro, ma certamente il cantante lirico non nasce cantante lirico, ed è fin troppo facile presumere che le voci educate per come noi oggi le conosciamo non esistessero. L’evoluzione che porta al grande canto è frutto infatti di decenni di studi e sperimentazioni trascinatesi certamente per tutto il XVII secolo e anche oltre. E più i cantanti evolvevano la loro tecnica, più gli autori potevano scrivere, avendo sempre maggiori possibilità di sbizzarrirsi sul pentagramma. A cosa sarebbe servito, infatti, scrivere note che nessuno poteva eseguire?

Riannodando le fila, possiamo facilmente comprendere che l’interprete opera su tre precisi versanti: quello intellettuale dato dalla lettura e disamina del testo, quello fisico dato dalla sua basilare natura attoriale, quello musicale dato dalla sua fondante espressione musicale.

Da quella prima riunione di giovani intellettuali che si chiesero come i greci realmente interpretassero il loro massimo genere artistico, di strada l’Opera ne ha fatta. Con però un piccolo grande neo: la sua produzione si è a un certo punto fermata, e la Lirica appare oggi come viva e cristallizzata al contempo, nutrita dal piacere dell’ “ascoltare-far musica” e prosciugata dalla ripetizione ossessiva dell’ascolto. Viene da chiedersi per quanto tempo questo meccanismo potrà sopravvivere.

Un punto fermo sicuramente c’è: la centralità dell’interprete sulla scena. Se il pubblico ancora va a teatro per ascoltare “La Traviata” è non soltanto per il piacere di risentire la sublime musica di Verdi, ma per la curiosa morbosità, tipica del melomane, che lo spinge a chiedersi ogni volta: “Come sarà questa nuova Violetta?”. Il cantante, dunque, resta sempre al centro di tutto, così come l’attore in Prosa è il cuore indiscusso del Teatro. Il Teatro, come ben disse Artaud, è il corpo dell’Attore!

Non ostante tale centralità, molti grandi interpreti, messi anche a confronto con i nuovi mezzi cinematografici e televisivi, sentono o invocano la necessità di una “rivoluzione”. La produzione di Opere nuove è oggi sempre più limitata. E allora la prospettiva di rinnovamento di quest’arte è ora più che mai, affidata alla capacità dell’interprete di evolversi, rendersi propositivo e consapevole della propria non sudditanza nei confronti dei dettami registici (spesso incongruenti) e talvolta anche di quelli direttoriali, fidando anche sul fatto che nuove possibilità tecnico-interpretative possano aprire, come accadde tre secoli or sono, a nuove prospettive di scrittura.

Nel corso del ‘900, il lavoro dell’Attore, attraverso la meditazione, la ricerca, la sperimentazione, ha attuato quella profonda evoluzione che ha consentito all’arte della Prosa di aprire a nuovi percorsi di scrittura, scenica e letteraria. Ed è indiscutibile che l’ultimo, vero “scatto” compiuto dallo Spettacolo Lirico sia stato proprio dovuto all’avvento dei grandi registi di Prosa che vi innestavano tanto di ciò che nel loro ambito gli era stato possibile sperimentare. Ci riferiamo, ovviamente, ai Visconti, agli Enriquez, agli Strehler o Brook, e non alle folli degenerazioni che sempre più spesso inondano i nostri palcoscenici.

È forse giunto il momento per il cantante di “rubare” al collega della Prosa (quello vero!), le sue tecniche e i suoi progressi (quelli veri!), ed all’Attore di recuperare dal collega Cantante elementi come l’antica disciplina dello studio o il gusto della precisione vocale e delle potenzialità della Parola, riportando le due attività, quella dal Cantante e quella dell’Attore, alla loro unica ed originaria radice, in uno scambio che se non porterà alla “rivoluzione” sarà certamente proficuo per entrambi.

Per tali motivi la nostra Master Class sceglie come docenti due attori-registi di comprovata esperienza e preparazione metodologica, accompagnati da una musicista di spiccata levatura.

L’idea è forse ambiziosa, sproporzionata, utopistica, velleitaria. Ma cosa ne sarebbe stato dell’Opera e del Teatro più in generale se un gruppo di giovani fiorentini non avesse immaginato di creare/ricreare un sogno? C’è colpa in una utopia, se è utopia che nasce dall’Amore?

 

 

 

 

redazioneIconfronti

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