Cosentino e la disperata svolta di un Pdl ormai disintegrato

Cosentino e la disperata svolta di un Pdl ormai disintegrato
di Andrea Manzi

Nell’orgia mediatica da liste pulite, il garantismo di Berlusconi (“Caro Cosentino, fai un passo indietro”) vale un sondaggio. Chi avesse ancora qualche dubbio sul valore che il tycoon milanese conferisce alle idee che sostiene di propugnare risulta servito. Queste ultime valgono lo zero “ontologico” così come i suoi giudizi e le sue valutazioni su uomini e politiche praticabili.
Avevamo assistito, a proposito dell’annuncio della “ri-discesa” in campo formulato con simbologia guerresca, all’esercizio del dubbio amletico da parte del signorotto di Arcore: sì, no, nì, un tormentone di un mese. Dubbi formulati con l’occhio alla scadente tele-democrazia dei sondaggi, dimentica del diritto collettivo alla serenità per la meditata espressione del voto. Avevamo già preso atto, a proposito dei giudizi espressi sul presidente del Consiglio Mario Monti, di quale rigore supportasse le valutazioni critiche del Cavaliere: e così abbiamo assistito, nello spazio di 72 ore, alla messa all’indice, e poi all’inferno, di uno statista che era stato individuato, dallo stesso padre del “bunga bunga”, come la più qualificata personalità in grado di coagulare la malferma, oltre che mal rappresentata, area moderata. E fin qui, nulla di nuovo sotto il sole, se è vero che, da circa un ventennio, la riduzione della politica ad (avan)spettacolino amatoriale ha reso davvero impossibile, direbbe il professore Carlo Galli, la sua riconducibilità al logos. Ne è scaturita una rappresentazione raccapricciante del governo della cosa pubblica, che si è sforzata a malapena di travestire con un’onorabilità di facciata un regime nel quale l’uguaglianza è un miraggio e i diritti vengono rovesciati in pretese. In tali contesti, “le libertà sono diventate servitù volontaria e il pluralismo politico e sociale è stato travolto da vecchie e nuove oligarchie, dall’immanenza assoluta e anonima del capitale”. Fin qui, però, nessuna sorpresa, ma soltanto la manifestazione dell’inequivocabile traiettoria di una parabola che, dal dopoguerra ai nostri giorni, ha rappresentato il trionfo e la crisi profonda della nostra fragile democrazia.
Sul garantismo, invece no. Su questo terreno davvero appare improponibile una transazione con “imposizioni” sondaggistiche e pubblicitarie. Parliamo infatti di principi, di cui o si ha coscienza oppure no. E se, di essi, si ha la reale coscienza occorre sostenere quest’ultima con atteggiamenti consequenziali e funzionali alla sua tenuta, pur nelle difficoltà che l’impopolarità della propria posizione rischia di determinare.
Cosentino non andava candidato non per i processi che lo vedono imputato, ma perché rappresenta una tipologia di politico inattuale, legato alle mediazioni diritti/interessi di cui la prima repubblica menava vanto: spesso i negozi “anti-giuridici” avventurosi messi in essere da tali personaggi avvengono nella zona grigia dove la dicotomia legale/illegale diventa invisibile, ineffabile. Invece si è andati alla ricerca di docili e flessuose signorine al servizio e di potentelli feudali, come il parlamentare di Casal di Principe, per poter raggranellare voti a buon mercato, voti talvolta di scambio o di inconfessabili patti. Lo scandalo è tutto qui. Si è “impresentabili” per incapacità e palese inadeguatezza, non per un processo al quale si è sottoposti che spesso traduce, sul piano giudiziario, soltanto una presenza marginale e affaristica nel sottobosco consumistico della politica.
Se, però, il leader dello schieramento che propugna la fedeltà assoluta allo stato di diritto giura di credere in un valore liberale fondante – e il garantismo lo è, perché riflette una concezione dell’ordinamento giuridico che dà rilievo alle garanzie di legge finalizzate a tutelare diritti e libertà fondamentali da qualsiasi abuso da parte di chi esercita il potere – non può tentennare su questo piano, perché insidierebbe, con i suoi atteggiamenti ondivaghi, la stessa legittimità del potere di cui assume di essere espressione, dando un calcio al liberalismo per il quale assicura di lottare e allo stato di diritto nel quale afferma di credere.
Questa deroga praticata sul principio cavalcato da Berlusconi con irriducibile puntiglio è francamente incredibile e sospetta. L’unica conclusione netta che se ne trae è che essa smaschera Silvio Berlusconi, ponendolo dalla parte di coloro che utilizzano il diritto come “volontà di potenza”, quindi sulla stessa sponda dei suoi “nemici” giustizialisti. Se infatti alla “potenza” si sottrae il “diritto” che consente alla prima di non soggiacere all’astio e alla “morale dell’armento”, le ragioni degli individui risultano sepolte. Il che rappresenta la più illiberale, astiosa e mercenaria delle involuzioni democratiche.

redazioneIconfronti

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