Così il patriarca Hanan fece condannare il Nazareno

Così il patriarca Hanan fece condannare il Nazareno
di Andrea Manzi

Con due abili “giunture” creative, Ottorino Gurgo, giornalista e scrittore acuto e di largo consenso, nel suo “Yeshùa”, sottotitolo “Il prima e il dopo” (Leucotea, pp. 200, euro 14,90), racconta influenze indebite, mistificazioni e condizionamenti del processo più inquietante della storia dell’umanità, pilotato con pervicacia dal patriarca sadduceo Hanan.

È proprio quest’ultimo che racconta, in un documento-confessione consegnato al figlio Gionata, divenuto nel frattempo grande sacerdote, la macchina fraudolenta allestita per convincere il riluttante Ponzio Pilato a condannare Yeshùa il Nazareno. Ed è questo, del documento rivelatore, il primo snodo narrativo messo in campo da Gurgo, non tanto per dar corpo a una tessitura letteraria, quanto per ridefinire, con “libertà della memoria”, pagine di una cronaca densa di presagi e corroborazioni anche metatemporali. Il “prima” origina da un vivace affresco del Giudaismo, religione da cui il Cristianesimo prende origine; un evento straordinario che fluisce lungo i tortuosi labirinti della memoria di Hanan, già grande sacerdote, che aveva asservito la gestione del Tempio agli interessi familiari.

Il vangelo di Giovanni, unica fonte sinottica del ruolo del patriarca sadduceo nella trama intessuta contro Cristo, narra, come primo atto del processo, proprio l’incontro tra il vecchio sacerdote e il più popolare e innocente imputato della storia. Ottorino Gurgo va però oltre l’assunto storico della Scrittura e assegna al diabolico sacerdote la titolarità di un racconto che risillaba la storia del tempo. Suocero di Caifa, Hanan, sebbene non più in carica, esercita sul genero una decisiva influenza. Come tutti i sadducei considera vincolante la sola Legge scritta, mentre i farisei, al contrario, ritengono tale anche quella orale; il che forse favorisce l’adesione dei primi alla cultura dell’Ellenismo, pur restando fedeli al Giudaismo.

Il racconto autobiografico del patriarca sospinge il lettore in una trama di eventi epocali e restituisce alla vita di Cristo una dimensione storica concreta. Ebreo tra gli ebrei, il Nazareno attraversa sommovimenti sociali e politici vorticosi e segna tutti i personaggi e gli ambienti che incrocia: dall’enigmatico e ingiusto Giuda al tentennante Ponzio Pilato; dal Sinedrio, con i suoi settanta membri provenienti principalmente dai gruppi dei sadducei e dei farisei, al popolo intero presentato nella sua tortuosa complessità.

Su questo scenario disunito s’incardina il processo più iniquo della storia dell’umanità, predeterminato con modalità, accuse e testimonianze fraudolente. Gesù formalmente rispondeva delle aspre critiche alle attività degenerate del Tempio, dell’aura messianica che lo circondava e della pretesa di avere una dignità divina. In realtà, la condanna mirava all’eliminazione fisica del Nazareno, avvertito come ostile dall’antica famiglia dei sacerdoti, e a lanciare così un messaggio dissuasivo ai suoi numerosi seguaci.

Ottorino Gurgo (a destra) in una foto d'archivio con Indro Montanelli
Ottorino Gurgo (a destra) in una foto d’archivio con Indro Montanelli

Non traspare mai dal testo, tuttavia, la formulazione di una tesi che tacci, generalizzando, l’intero popolo ebraico di responsabilità nella condanna a morte di Dio in terra. “Tra i farisei esisteva una componente che in larga parte condivideva le dure critiche che Yeshùa rivolgeva al sistema” si legge, a conferma che il racconto attraversa, senza scelte di campo aprioristiche, un fitto arcipelago religioso e politico, affrontato sempre con narrazione equanime e profondità geopolitica.

Se avvince il “prima”, “Yeshùa” regala suggestioni anche per il “dopo” processo. E qui Ottorino Gurgo sfodera il secondo anello di congiunzione fantastico del testo, tra fonti e racconto, immaginando un verosimile colloquio tra il centurione Cornelio, primo pagano battezzato da Pietro, e un suo legionario incuriosito dalla fede cristiana. Tra divisioni e fratture storiche, rivive il nascente dialogo tra Cristianesimo e Giudaismo: s’impongono così le figure di Pietro, Paolo e Giacomo, eroi disarmanti di una religione che parla di un’infinita speranza e di una redenzione possibile per tutti.

Gurgo ricostruisce alleanze, lotte, persecuzioni con abilità descrittiva e rigorosa fedeltà alle fonti. Sarebbe riduttivo, perciò, definire “Yeshùa” un romanzo storico, a meno di non intendere il genere alla maniera di Carlo Bo: un viaggio a ritroso, ma infuturato verso una “necessità assoluta” che, come tale, si sottrae, narrativamente, al dominio del tempo minore per aspirare a un Tempo con la “T” maiuscola, somigliante, appunto, al Tau del Cristianesimo. Proprio come accadde a Renan, Daniel-Rops e Diego Fabbri, pervasi anch’essi dalla febbrile urgenza di storicizzare Cristo nel ripercorrerne la vicenda umana.

(da Il Mattino-Cultura del 19 gennaio 2016)

redazioneIconfronti

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