«Così l’Italia svuotò legge e legalità di ogni contenuto»

«Così l’Italia svuotò legge e legalità di ogni contenuto»

In un’intervista postuma di Carmelo Conte a Bettino Craxi, pubblicata qualche anno fa, l’autore ricostruì il lento percorso che portò il leader socialista milanese dal “riformismo rivoluzionario” ad un socialismo maturo contraddistinto da un costante divenire e da un rapporto concreto con la società e le istituzioni del nostro tempo. Il libro che la raccoglie merita un’attenta rilettura perché si impone per capacità riflessiva e come strumento anti-retorico in grado di confutare una serie di luoghi comuni e di superficialità storiografiche. Abbiamo chiesto ad Andrea Manzi di rileggere quel testo, che può essere un’efficace guida per i nostri giorni inquieti, in cui per riformismo si continua a intendere tutto e il contrario di tutto.

di Andrea Manzi

 

L'ex ministro Carmelo Conte
L’ex ministro Carmelo Conte

Il socialismo è un ideale irraggiungibile, nel senso che si realizza solo per quel tanto che riesce a permeare la nostra esistenza. Nulla di statico o di astratto, piuttosto uno stile, un programma di vita.

La lezione di Carlo Rosselli, etica prima che politica, è il sottinteso motivo di fondo del libro di Carmelo Conte “Dialoghi del tempo – Le verità di un protagonista”, edito da Guida tre anni fa. Protagonista non sta per Rosselli, ma per Bettino Craxi che “racconta” all’ex ministro salernitano, in una intervista postuma, quindi elaborata da Conte sul filo di ricordi lucidamente ricostruiti, le pagine della sua vita politica sulla quale la storia ancora si interroga.

Craxi appare convinto, come lo era Rosselli, che il socialismo non può essere una dittatura né un iper-Stato. Al contrario, è l’erede di quel liberalismo che pose le pre-condizioni ideali della nuova Europa. Era inimmaginabile per Rosselli un socialismo dogmatico e statalista. Anche Bettino Craxi non ebbe dubbi che la strada da percorrere fosse quella delle socialdemocrazie europee e del laburismo inglese. Purtroppo i tramonti ideologici non mettono mai tutti d’accordo e il leader socialista divenne bersaglio degli epigoni di una sinistra marxista e settaria, che temeva la modernizzazione della democrazia.

Il socialismo

Il forte legame di Berlinguer con la politica di Togliatti, la sua disponibilità più verso i (demo)cristiani che i socialisti con conseguente “tendenza all’egemonia per eliminare ogni concorrenza nella sinistra”, spiegano la genetica distanza tra i due progetti: quello delle riforme sostenuto dal socialismo di Craxi (“Il cambiamento istituzionale era ed è lo strumento più idoneo per la riorganizzazione dei partiti nel solco delle famiglie ideologiche europee”) e l’altro massimalista, che riuscì appena a teorizzare “una differenza del comunismo russo rispetto all’esperienza italiana”.

Sullo sfondo di questa contrapposizione di costume oltre che politica, intervistato e intervistatore – il primo attraverso l’evocazione del suo vissuto e di inoppugnabili documenti “rivelati” al lettore, il secondo con la sagacia insospettabile di “cronista medianico” – gettano un fascio di luce sul buio che avvolge gli ultimi decenni: dal terrorismo, rispetto al quale le auto-assoluzioni comuniste appaiono in qualche caso poco verosimili, alle inquietanti fasi del sequestro Moro, fino al rapporto non sereno con la magistratura e al conseguente scempio del principio di legalità di Tangentopoli.

La ricostruzione della vita di Bettino Craxi si snoda tra il “riformismo rivoluzionario” dell’adolescenza e la coscienza di un socialismo maturo in costante divenire. Un socialismo storicamente “movimentista”, senza più titoli di parentela con quello delle formule deterministiche e dei dogmi socializzatori del marxismo. In una parola il socialismo di Rosselli, Turati e Pertini: era questo l’ideale politico di Bettino Craxi, un leader che si attivò per ampie riforme proiettate verso nuove, compiute conquiste civili.

Nell’ideazione della svolta riformatrice craxiana un posto importante occupava proprio la riforma della giustizia, resa indispensabile dalla “politicizzazione repressiva” delle indagini giudiziarie, nel malinconico declinare, chiosa Conte con epigrammatica causticità, dell’età della legge nell’età dell’interpretazione della legge.

L’eticismo manicheo

L’opposizione etica, costruita su una linea manichea che divise in due i partiti italiani, spodestò in quegli anni quella politica, fagocitando un elemento insopprimibile della dialettica democratica. L’opposizione, infatti, da parlamentare e politica divenne giudiziaria, quindi a-politica, di modo che le parole “legge” e “legalità” vennero svuotate di ogni contenuto autentico e non spiegarono più “dove, quando, come e perché fare giustizia”. False accuse giudiziarie furono acquisite come verdetti e distrussero vite e programmi politici.

Negli ultimi anni della sua vita, l’evasività delle risposte ottenute da Bettino Craxi o i silenzi oppostigli nella disperata attività di denuncia della lesione dei principi di legalità (nel libro, sono riproposte lettere del leader del Psi al Capo dello Stato Scalfaro, al presidente della Camera Napolitano e al pm Di Pietro) fanno pensare a una sentenza emessa contro di lui da un “tribunale” insediato nel cono d’ombra delle istituzioni. Eventi etero-diretti alterarono così il corso naturale della storia politica di quegli anni. Il blocco della dialettica democratica dei nostri giorni e la virtualità della seconda repubblica proverebbero questa ipotesi che fu perseguita, secondo la lettura craxiana, attraverso l’infamia di un progetto eversivo.

Intervista
“socratica”

La tecnica giornalistica scelta dall’autore, l’intervista, è molto audace ma Carmelo Conte mostra di padroneggiarla, segno di una sua maturazione anche stilistica. Politico di lungimiranti strategie nella prima repubblica, Conte vive da anni un’intensa stagione di notista politico e studioso del Mezzogiorno. L’intervista è uno strumento contraddittorio (ancora di più lo è quella immaginaria), perché è il prodotto di una tecnica sofisticata attraverso la quale una conversazione si traduce in un testo. Tutti i giornalisti, selezionando temi e domande, delineano o condizionano anche le risposte. Da qui, l’esigenza che l’intervistatore nel suo “corpo a corpo” con l’intervistato sia profondamente onesto per poter essere credibile. E Conte dimostra di esserlo, tirando fuori, attraverso i documenti allegati e le tracce storiche di cui è disseminato il suo colloquio, le orme di un percorso difficilmente confutabile. Ne è passata tanta di acqua sotto i ponti dal Carmelo Conte di “Sasso o coltello”, un energico pamphlet del ’94 con il quale dovette difendersi – e lo fece con ardore risorgimentale – da accuse inverosimili che, soltanto dopo più di un decennio, la giustizia considererà inconsistenti e lo dirà con una ferma, ma inattuale sentenza. Questo Conte qui dell’intervista a Bettino Craxi è invece uomo di profondi “dialoghi nel tempo”, un analista di fatti politici e di storie contemporanee che avverte l’urgenza intellettuale di riempire, anche con il metodo socratico, dopo gli anni delle radicalità ideologiche implose miseramente, un vuoto che sta diventando abisso.

(da Le Cronache del Salernitano)

redazioneIconfronti

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