Costruiamo da soli il nostro Sud come se fosse la diga di Iato

Costruiamo da soli il nostro Sud come se fosse la diga di Iato
di Andrea Manzi
La diga di Iato

Sbracciamoci e poniamo rimedio al disastro con le sole nostre forze, perché gli “ultimi”, i senza casa e chiesa, non hanno né avranno ascolto da questo potere sordo. Chi dovrebbe farsi carico, dunque, della miseria che, al Sud, diventa follia? Chi dovrebbe bilanciare cinismo e prepotenza di quanti reggono il potere e umiliano chi lo subisce senza possibilità d’ascolto o di confronto? Dov’è colui che, in queste inutili e provocatorie elezioni, si farà carico di sciogliere la rabbia delle aree povere e desolate? Proviamo a fare un nome, traendolo dalle cronache politiche quotidiane: Monti, Bersani, Berlusconi, Ingroia, Di Pietro, Fini o Casini? Assolutamente no, questa gente ha ibernato il Sud in un immobilismo simile a quello di cui furono interpreti Nitti, Gramsci e, prim’ancora, Campanella e Goethe. La strada per promuovere una democrazia autentica non passa per loro e per i partiti nei quali operano. In essi non vive più, e da decenni, la coscienza nazionale. Nel nostro sistema segnato da disuguaglianze e ingiustizie i rapporti umani fondano cinicamente su valutazioni economiche e opportunistiche che influenzano anche la nascita del diritto. L’insofferenza e lo sdegno popolari talvolta nascono proprio da tale intollerabile contraddizione: il diritto non può non originare dalla coscienza morale dei cittadini, la quale non risiede nel denaro e nella fungibilità di ogni valore. Il sogno di una società liberale aperta postula invece ascolto delle istanze sociali, promozione di una irrinunciabile uguaglianza delle opportunità e soprattutto equità.
Non potendo delegare alle istituzioni e investire nell’attuale transizione il desiderio di una svolta democratica, sarà il caso che ciascuno si convinca che denunciare il male equivale a porvi rimedio. Questa coscienza sarà il giusto approccio verso i drammi che ci circondano. Si capirà che gli “ultimi” non sono irrecuperabili, anche se segnati da colpe e accuse. I banditi, diceva Danilo Dolci, anche i banditi, sono nel Mezzogiorno talvolta fragili nel fisico o malati di solitudine, gente acerba senza il necessario per vivere.
In questo inferno del Sud malfermo, raggiunto dalla carità della chiesa di frontiera e non dagli interventi della politica, si voterà inutilmente a febbraio. La gente dimenticata chiede ascolto, insegue la verità per compensare i torti subiti. E questa rivoluzione non può condividerla una politica strutturata in ceto, avvitata sull’unico obiettivo della propria sopravvivenza. Ai nomi di prima potremmo aggiungerne altri, la somma non modificherebbe la realtà. Allora che fare? Imboccare la strada più difficile, ma che conduce immancabilmente in porto: quella dell’utopia che diventa storia. Il desiderio collettivo si realizza se interpreta una necessità, spesso la storia lo ha dimostrato. Dolci, il “profeta” di Sesana, riuscì a costruire la diga di Iato, smentendo ogni previsione di insuccesso, perché l’acqua era ed è necessaria. E si piegò l’acciaio delle impossibilità, sotto la spinta della volontà dei cittadini.
Consideriamo, pertanto, la nostra vita (in)civile al Sud come l’auspicata diga di Iato.
Potrebbe essere una strada.

redazioneIconfronti

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