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Crac Amato: ok a 4 patteggiamenti, 28 a giudizio

Crac Amato: ok a 4 patteggiamenti, 28 a giudizio

Tutti rinviati a giudizio i 28 imputati del crac Amato. Il gup Franco Attilio Orio ha invece accolto le richieste di patteggiamento per Giuseppe Amato jr (condannato a tre anni e sei mesi), Mario Del Mese (due anni e dieci mesi), Antonio Amato (tre anni), Antonio Amato jr (un anno e undici mesi), così come era stato chiesto dai legali nell’udienza precedente. Il pubblico ministero Vincenzo Senatore, su queste richieste, aveva espresso il suo parere favorevole, mentre aveva espresso parere negativo per la richiesta di patteggiamento avanzata dal consigliere provinciale Antonio Anastasio a un anno e nove mesi e per l’avvocato Simone Labonia a due anni.
Rinviati a giudizio tutti gli indagati che avevano seguito il rito ordinario ed i cui legali si erano opposti alla richiesta di rinvio a giudizio chiesta dal sostituto procuratore Senatore. Tra questi anche il capostipite della famiglia, il cavaliere Giuseppe Amato e il presidente del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti, Claudio Siciliotti, accusato di concorso in bancarotta fraudolenta. Gli indagati per la bancarotta della storica azienda salernitana erano in totale 33. Oltre al Cavaliere Amato e a Siciliotti, sono stati rinviati a giudizio anche Massimo Menna, amministratore della Pasta Garofalo; Alfio Barbato, dipendente del pastificio; i liquidatori della Antonio Amato spa Ignazio Amato e Maria Francesca Napoli; i componenti del collegio sindacale Marcello Mascolo di Cava de’ Tirreni e Alfredo Delehaye di Napoli; l’imprenditore siciliano Giovanni Giudice che aveva preso in fitto lo stabilimento; Leonardo De Filippo, di Sarno, titolare della Edil De Filippo; Mirko Mannaro di Napoli; gli imprenditori Maria Cirillo e Francesco Maria Franzesi; la moglie di Labonia, Patrizia Beatrice, in quanto legale rappresentante della società Gielle Service; l’ex amministratore unico dell’Amato Re Pietro Maria Vessena,i commercialisti Maurizio Pilone, Emanuela Troiero, Michela Cignolini, il presidente del collegio sindacale della società immobiliare della famiglia Luciano Vignes e i sindaci Pasquale Attanasio e Paola Bisogno, l’ex sindaco Antonio Esposito, Gilberto Belcore, Enrico Esposito. Quattro sono dunque coloro i quali hanno patteggiato la pena, per un imputato – Carmine Acconcia – c’è il rito abbreviato.
Le accuse per gli imputati sono pesanti: secondo gli inquirenti c’era una «casta» che a suon di «tangenti» e «costi per la politica» ha dissanguato il patrimonio dello storico pastificio “Antonio Amato” di Salerno. Continuando ad accaparrarsi centinaia di migliaia di euro per prestazioni fittizie anche poco prima del fallimento del complesso industriale, quando i dipendenti non venivano pagati da tempo e attendevano la cassaintegrazione, o i piccoli fornitori elemosinavano i loro legittimi crediti. Secondo l’accusa si trattava di una «casta» composta da politici e faccendieri, in contatto con Giuseppe Amato jr, amministratore di fatto della società, tra cui l’ex deputato e vicepresidente nazionale dell’Udeur Paolo Del Mese, il consigliere provinciale del Pdl Principe d’Arechi Antonio Anastasio, Mario Del Mese, amministratore di fatto della “Ifil C&D srl” e l’avoccato Simone Labonia, ex presidente di “Salerno Patrimonio”.

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