Crac Amato, per la Procura il grande burattinaio era Del Mese

Crac Amato, per la Procura il grande burattinaio era Del Mese
di Mario Amelia

Ci sono situazioni che sfuggono di mano fino a farti precipitare da una situazione di crisi ad un pasticcio di incarichi fasulli, prestiti milionari avuti dalle banche grazie ad amicizie compiacenti.  E tutto per un incontro fatale ed un presupposto sbagliato: che l’imprenditoria abbia bisogno della politica per vivere. E’ questo il teorema giudiziario che costringe ora agli arresti domiciliari Giuseppe Amato junior, l’ex sottosegretario Paolo Del Mese (foto), Mario Del Mese, nipote di Paolo e definito “faccendiere” nell’ordinanza di custodia cautelare, l’avvocato Simone Labonia e l’imprenditore, nonché consigliere provinciale di centrodestra, Antonio Anastasio, nell’ambito dell’inchiesta per il fallimento del Pastificio Amato.
Nelle circa 115 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare con la quale il Giudice delle indagini preliminari Dolores Zarone dispone l’arresto per Giuseppe Amato, Paolo Del Mese, Mario Del Mese, Simone Labonia e Antonio Anastasio, c’è un particolare che il Gip giudica subito “grave ed allarmante” e sarebbe emerso dalla complessa attività di indagine condotta. Tanto da costituire l’avvio delle osservazioni dello stesso giudice e cioè che questa storica società industriale salernitana “entra in contatto con un politico: Paolo Del Mese”. Costui, per il Gip, riuscirebbe a sfruttare il proprio prestigio politico ed i vantaggi che la famiglia Amato ne potrebbero ricavare arrivando a “soggiogarne a sé gli amministratori del pastificio e, ben conoscendo le gravi difficoltà economiche in chi versano (diventando intermediario per far ottenere copiosi finanziamenti bancari alla società) si intromette nella vita dell’azienda” . Per fare ciò, secondo quanto osserva il giudice, l’ex parlamentare e presidente della commissione Finanze della Camera dei Deputati si sarebbe servito della collaborazione di persone definite “accondiscendenti sottoposti” tra cui il nipote Mario Del Mese, l’avvocato Simone Labonia, l’imprenditore Antonio Anastasio (e altri che non sono stati toccati però dalla richiesta di custodia cautelare). Il gruppo avrebbe intrapreso nel corso degli anni un’attività di depredamento delle risorse economiche della società.
Alla base di queste osservazioni ci sarebbero delle registrazioni di alcuni documenti contabili che segnalano il versamento dal parte della famiglia Amato di milioni di euro a queste persone, senza nessuna, nemmeno apparente, giustificazione economica, secondo la Procura. Il denaro di questi versamenti sarebbe stato prelevato dalle casse sociali sia della Amato Spa che dalla collegata società Amato Re srl, anche in momenti storici in cui il dissesto societario era tale da non consentire il pagamento degli stipendi ai dipendenti, il pagamento delle tasse, il pagamento dei fornitori. Questa condotta, per la Procura, porta al dato definito “sconcertante” che centinaia di migliaia di euro presenti nelle casse sociali, non vengono utilizzati per pagare lavoratori e fornitori ma destinati alle richieste economiche di Paolo Del Mese (richieste peraltro appostate in bilancio come prestiti non onerosi) con giri di denaro e documenti ritenuti falsi per “schermare” la destinazione.
Il finanziamento dell’Amato Re srl. A dimostrazione di tutto ciò ci sarebbe, tra l’altro, l’operazione con cui il 1 marzo del 2007 viene stipulato un atto di pegno e quietanza finale tra la Banca Monte dei Paschi di Siena e la Amato Re srl, relativo ad un finanziamento fondiario di 16 milioni di euro accordato, poi, il 29 dicembre 2006. Il Gip che riconosce come questo finanziamento sia stato accordato a condizione onerosissime per l’intera famiglia Amato, e pur dicendosi “non in grado di giudicare la valenza economica del progetto imprenditoriale, né quanto l’azienda fosse in grado di gestire autonomamente il suo business, né ancora quanto il piano finanziario ipotizzato potesse avere una fondata aspettativa di realizzo”, ritiene che sia “alquanto strano” che una banca abbia potuto finanziare per decine di milioni una società neo costituita, dotata di un capitale sociale di appena 10mila euro e con il solo impegno alla sottoscrizione di capitale in aumento da parte dei soci per 5 milioni di euro. In questa operazione avrebbe fatto da mediatore proprio l’ex parlamentare Paolo Del Mese, mettendo in contatto il Cavaliere Giuseppe Amato, capostipite della famiglia e della società, con il presidente dell’istituto di credito costando alla famiglia ingenti somme di denaro.
I “costi della politica”. Se la Procura non riesce a comprendere la condotta “autolesionistica” degli amministratori, proprio in virtù delle pesanti garanzie prestate, ad “inguaiare” Paolo Del Mese ci pensa Giuseppe Amato senior che nel corso degli interrogatori, ha fatto un generico riferimento ai “costi della politica” ed a “tangenti”, salvo poi mettere le dazioni in relazione al ruolo istituzionale ricoperto da Del  Mese fra l’aprile del 2006 e aprile del 2008, quale presidente della commissione finanza della Camera. In particolare si attribuisce all’ex parlamentare il merito del finanziamento erogato dal Monte dei Paschi di Siena e quello che lo stesso Gip definisce il suo “zampino” nel finanziamento concesso da altre banche nel 2009. In cambio, secondo il giudice per le indagini preliminari Zarone, Del Mese avrebbe preteso “continue, inesorabili ed elevate somme di danaro” oltre ad imporre nell’azienda uomini di sua fiducia come appunto l’avvocato Simone Labonia. Il vice segretario nazionale dell’Udeur, tuttavia per non far risultare questi pagamenti di danaro da parte dell’Amato spa “scherma” le corresponsioni attraverso la Cmd di Antonio Anastasio che li riceve emettendo delle fatture ritenute false dalla Procura. L’avvocato Labonia, invece, avrebbe collaborato per predisporre false scritture private per fornire una parvenza di motivazione ai rapporti ritenuti inesistenti tra Amato e la Cmd. Negli stessi interrogatori, infatti, pare che i componenti della famiglia Amato abbiamo dichiarato che il denaro erogato alla Cmd era destinato a Paolo Del Mese quale fruitore finale.
I guadagni di Del Mese. Per di più il Gip lancia anche altre ombre perché ritiene che questo “interessamento” da parte di Del Mese non sia un fatto occasionale ma che abbia “strutturato i propri guadagni spendendo la sua influenza politica presso le banche” per consentire aiuti finanziari a chi ha difficoltà, con la collaborazione di imprenditori compiacenti.
La “sub cultura”. Questi comportamenti spingono il Gip a lanciarsi in un giudizio: il rapporto tra Del Mese e la famiglia Amato sarebbe da ricondurre “alla sub cultura meridionale dove si ritiene che, per potere lavorare, occorra godere “dell’appoggio della politica” in quanto la “buona parola” del politico riesce ad aprire le porte con facilità”.
L’avvocato Simone Labonia. Per quanto riguarda la figura dell’Avvocato Labonia c’è da dire che la Procura ritiene che gli importi elargitigli da Antonio Amato siano spropositati, essendo un professionista con pochi anni di carriera. In verità, Labonia ha avviato il suo studio legale da circa 5 anni. La Procura sottolinea il rapporto intenso tra Labonia e Del Mese, che lo avrebbe portato anche a ricoprire incarichi anche presso la segreteria della Commissione Finanza della Camera. Sarebbero stati gli stessi Amato a definire negli interrogatori, spropositati i compensi per l’avvocato salernitano e a ricondurre Labonia allo stesso ex parlamentare Udeur di Pontecagnano Faiano. Tra i dati di fatto da registrare si trova una parcella di circa 450mila euro in seguito ad un finanziamento ottenuto da un pool di banche nel 2009. Sotto osservazione sono finite, inoltre, altre 21 fatture dal novembre 2008 all’aprile 2012 per l’importo di 66mila euro circa, e altri 317mila euro pagategli da luglio 2008 a gennaio 2009: in totale la Procura ha cercato riscontro per una somma di 829mila euro circa per la sua attività professionale svolta in due anni, dal luglio 2008 al maggio 2010. Attività professionale che il Gip non risparmia di definire “pseudo”.
Mario Del Mese. A Mario Del Mese viene contestata anche l’amicizia con Giuseppe Amato junior, che lo sceglie come suo testimone di nozze. Per la Procura, inoltre, Mario Del Mese e la sua ‘Ifil srl’ si muovono con le società Amato facendola quasi da padroni e ricevono denaro senza alcun titolo valido. La Procura scandaglia anche la partita Iva di Del Mese che sarebbe per attività farmaceutiche mentre invece lo stesso si interfaccia con aziende alimentari e immobiliari. Pertanto per il Gip, lo stesso Mario Del Mese non avrebbe le competenze tecniche, avrebbe ricevuto regalie ingiustificate tramite Giuseppe Amato junior, aiutandolo anche a distrarre denaro dalle società. Tramite controlli incrociati risulta che Mario Del Mese, nel periodo 2009-2011, pur in assenza di redditi dichiarati, ha versato 143mila euro circa a fronte di pagamenti riscossi per 398mila euro circa. A Mario Del Mese viene contestata – e questa circostanza ritornerà parlando poi di Giuseppe Amato junior – di essersi organizzato con lui per costituire un’altra società alimentare. Inoltre, il 3 agosto 2007, avrebbe girato allo zio Paolo assegni per 100mila euro, incassati poi dalla società “Societè dei Bains de Mer”, un’antica società del Principato di Monaco che gestisce 5 casinò.
Antonio Anastasio. Anche il consigliere provinciale Pdl Antonio Anastasio viene ritenuto uomo vicinissimo a Paolo Del Mese. Per il giudice delle indagini preliminari, Anastasio mette a disposizione dell’ex sottosegretario la Cmd srl, una società di fatto inattiva dal 2006, che, senza alcun titolo giustificativo per la Procura, riceve da agosto ad ottobre 2010 230mila euro dalla Amato spa, e dal marzo 2010 all’ottobre 2010 bene 400mila euro da Amato Re.
Giuseppe Amato junior. Pesanti le parole che il Gip utilizza per Giuseppe Amato junior: questi viene definito un “personaggio inquietante”, oppure “la classica figura dell’imprenditore spregiudicato che non si fa remore di creare e distruggere, svuotare patrimoni sociali e ricostruirne altri per ottenere altro denaro e mantenere il proprio alto tenore di vita”. Insomma al rampollo del Cavaliere Amato viene imputato il fatto di essere un imprenditore che crea società per produrre denaro che provvede poi ad abbandonare al proprio destino. Avrebbe concesso infatti, alla società Amato di essere depredata letteralmente. L’accusa rivolta a Giuseppe Amato è appunto quella di aver utilizzato la società come “cosa propria”, nella più totale indifferenza, ed attingendo da essa anche per le semplici esigenze quotidiane: nel periodo tra gennaio 2007 e luglio 2010, infatti, dalla carta di credito intestata alla Amato Spa avrebbe effettuato spese per 160mila euro in negozi di giocattoli, di abbigliamento  e con prelievi contanti; risorse che non risulterebbero avere alcuna correlazione con l’attività intrapresa. A suo carico inoltre, vi sarebbe anche la volontà, in circostanza di fallimento di voler costituire una nuova società alimentare mettendoci all’interno persone legate da vincoli di parentela (tra cui la moglie Marianna Gatto): l’azienda in  questione sarebbe proprio la società “Dei Principi srl”, di cui il nostro blog ha dato per primo notizia.
La richiesta di arresto. Alla base della richiesta di arresto della Procura di Salerno per i cinque indagati, quindi, vi è il pericolo di reiterazione del reato: incriminati l’attuale legame nei nuovi assetti societari tra Giuseppe Amato junior e Mario Del Mese, con un continuato rapporto di interferenza tra loro due, l’attuale spessore politico di Paolo Del Mese, il transito di denaro presso le società da costui utilizzate, l’operatività della Cdm di Antonio Anastasio, l’inserimento dell’avvocato Labonia in ruoli rappresentativi di rilievo in compagini bancarie.

 

 

m.amelia

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