Credere in Dio anche quando il gorgo del mare ci minaccia

Credere in Dio anche quando il gorgo del mare ci minaccia
di Michele Santangelo

salvagente_2Due elementi si impongono subito all’attenzione di chi, in questa XII domenica del tempo ordinario, si sofferma a riflettere sui brani di sacra scrittura che vengono proposti ai fedeli nel corso dell’azione liturgica: il mare e la paura. Nella simbologia degli antichi, anche in quella religiosa, il mare è una realtà che esprime potenza e forza indomabili da parte dell’uomo e che si contrappongono perfino alla divinità. Questa, infatti, nei confronti dell’uomo è buona, accogliente, il mare, invece, è un elemento ostile e pericoloso per la vita dell’uomo, presso i pagani addirittura una divinità ostile da placare. Anche nella Bibbia e specialmente nei salmi, l’uomo prega Dio affinché lo liberi dalle “grandi acque”, dal “grande abisso”, “dai flutti profondi”. Solo il Dio della Bibbia, infatti, è capace di tenere testa alla forza tremenda e misteriosa della enorme massa delle acque. È la rassicurazione che Dio stesso pronuncia a Giobbe in mezzo alla tempesta “Gli (al mare) ho fissato un limite e gli ho imposto chiavistello e porte e ho detto: fin qui giungerai e non oltre e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde”. Poi la paura. Un’emozione primaria comune a tutti gli esseri viventi, sia nel mondo umano che in quello animale. Da sempre l’uomo è stato circondato dalla paura e dall’angoscia: dalle piccole paure individuali alle grandi paure della vita collettiva, specialmente quella attuale, sia per i potentissimi mezzi di distruzione di cui gli uomini stessi dispongono, sia per le catastrofi ecologiche che sembrano incombere sull’intera civiltà. Per cui le parole del Signore rivolte agli apostoli nel racconto del vangelo sulla tempesta sedata si attagliano perfettamente anche all’uomo di oggi: “Perché siete così paurosi”? E non c’è neppure bisogno di immaginare situazioni straordinarie per sentirsi così interrogati da Gesù. La paura percorre il nostro quotidiano: molti dei nostri incontri con le persone, invece di essere dominati dalla fiducia e dalla gioia, sono caratterizzati dalla diffidenza, dall’apprensione, dalla paura. Abbiamo paura della malattia, dei ladri, degli assassini; abbiamo paura della miseria. E se proprio, quasi come per miracolo, tutte queste si riuscisse ad esorcizzarle, rimane pur sempre quella ineludibile della morte, che non spiega tutte le altre, semmai le assomma.  Un riscontro annichilente – se non si riesce a vedere oltre – del fatto che la vita se pure tra paure, vittorie e sconfitte, altro non è che un “essere per la morte”, come affermava il filosofo Heidegger. A questa paura che a volte ci prende e si moltiplica quando siamo chiamati a vivere le paure che, anche se non sono personali, investono le persone care, oppure la nostra capacità di metabolizzare avvenimenti e situazioni che vanno oltre il limite dell’umana sopportazione come le morti inspiegabili, quelle di tanti bambini innocenti, magari solo per mancanza di cibo; le atrocità di certi delitti; quando il baratro è ad un passo e lo stesso Dio sembra rinchiudersi nel silenzio, quasi insensibile al grido di dolore che s’innalza dalle creature che Egli stesso ha voluto, Gesù ci chiede, come fece con gli apostoli che lo richiamarono, anche un po’seccati, a prendersi cura di loro che stavano annegando, anziché dormire: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?” Certo, non è una risposta razionale o consolatoria, alla pressante richiesta di aiuto: “Maestro non t’importa che moriamo?”. Semmai è un’altra domanda che viene però da un interlocutore che ha già detto al mare: “Taci, calmati!”. È una richiesta di fede e credere vuol dire essere pronti a contare su Dio e sulla sua potenza anche quando il gorgo del mare sta per chiudersi su di noi.

 

redazioneIconfronti

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