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Crescent, l’inspiegabile metamorfosi della difesa di De Luca

Crescent, l’inspiegabile metamorfosi della difesa di De Luca
di Massimiliano Amato

Stupisce che un serenissimo maestro del Diritto come Paolo Carbone, sul finire di uno dei processi simbolo dell’ultima stagione giudiziaria, abbia dismesso la toga per indossare la cappa, e accantonato il fioretto per impugnare la spada. Stupisce che un religioso, appassionato, rigoroso custode della cultura della giurisdizione si sia lasciato vincere dalla tentazione di trasformare un’arringa in un comizio e un’aula giudiziaria in un arengo medievale in cui, com’è noto, tenevano banco le concioni. Stupisce che un convinto e incrollabile sostenitore del (sacrosanto) principio della neutralità del processo, in cui sola può esprimersi l’autonomia tecnica e funzionale del difensore rispetto sia alla Corte che allo stesso assistito, abbia – per una volta – contribuito ad alterare la fisiologia della dialettica dibattimentale, trasportata nell’oscura e insondabile dimensione dell’indimostrato, dell’opinabile. E tutto ciò è sorprendente per un’altra, fondamentale, ragione: perché segnala una inversione netta, radicale, rispetto a uno stile e a un costume consolidati in mezzo secolo di brillante attività forense. Nel corso del quale non sono stati pochi i momenti in cui l’asetticità della fredda tecnica giuridica, esercitata inflessibilmente e senza deroghe sia nelle aule di Tribunale che sulle colonne del giornale dell’Ordine da lui fondato e diretto, ha concorso in misura rilevante a raffreddare l’atmosfera fuori e dentro il Palazzo di corso Garibaldi, resa incandescente dallo scontro tra poteri.

Così fu senz’altro nei – terribili – mesi e anni della cosiddetta “Tangentopoli” quando una parte non irrilevante dell’avvocatura, stretta all’angolo dall’incalzare delle indagini, si fece pericolosamente fuorviare da una perversa illusione, assumendo del tutto impropriamente le caratteristiche di ultimo baluardo a difesa dello Stato di Diritto. Carbone fu tra i pochi a resistere a questa suggestione, giammai discostandosi dalla logica algida, razionale, della giurisdizione. Arrivando senz’altro a rappresentare uno dei (pochissimi) punti di equilibrio sui quali, negli anni successivi, fu possibile riscrivere una corretta e più serena e condivisa grammatica dei comportamenti tra le componenti del processo.

De Luca e Carbone (di spalle) in Tribunale

De Luca e Carbone (di spalle) in Tribunale

Ora, mutatis mutandis, sceglie paradossalmente di giocarsi una delle partite più delicate degli ultimi anni sul campo più ostico per lui, indiscusso principe del Foro. Il terreno sul quale è più debole: quello della polemica politica o, se vogliamo, del giudizio storico. Senza preoccuparsi troppo di abbandonare, non senza pagare dazio, quello che lo ha visto, in tanti anni di onoratissima carriera, sistematicamente prevalere, talvolta stravincendo. E’ di ardua interpretazione, infatti, la strategia che ha adottato, tendente a fare del suo cliente un martire preventivo, un Dreyfuss dei tempi moderni o, ancora, un Joseph K. E ancor meno si comprendono l’antipatica, evitabilissima, caduta di stile sul professor Alberto Cuomo, spia di un’inusitata aggressività che gli è stata evidentemente trasmessa per prolungata esposizione al contagio, e la stravagante evocazione – in un’aula di Giustizia, poi – di “poteri occulti” interessati a dare un imprecisato indirizzo alla politica e alla storia cittadina. Tanto stravagante quanto banale, giacché è notorio che, quando siamo a corto di argomenti, noialtri italiani siamo bravissimi a costruire scenari foschi, e non importa che siano e restino ipotesi scritte sull’acqua. L’effetto scenico è garantito, soprattutto quando a supportare i nostri incubi e ossessioni sono un servizio segreto deviato, qualche potere forte ovviamente malvagio che, annidato chissà dove, trama contro la libertà e la democrazia, e, naturalmente, l’immancabile Massoneria.

Ma, rinunciando volontariamente alla più volte frequentata, conosciutissima, pratica suggerita da Calamandrei (“L’avvocato deve sapere in modo così discreto suggerire al giudice gli argomenti per dargli ragione, da lasciarlo nella convinzione di averli trovati da sé”), Carbone si avvia, clamorosamente per lui, a perdere questo processo, a prescindere da quella che sarà la sentenza di fine luglio. Anzi, l’ha già perso: perché il Crescent, al centro di una vicenda simbolo di un delirio demiurgico utile anche a nascondere altro, è stato già processato e condannato nella coscienza civica cittadina. Al di là dei ricorsi, delle class action, dei processi di ogni natura, ordine e grado, e delle iniziative di legulei improvvisati e no.

E alla fine sarà questo l’unico verdetto che rischia di rimanere scolpito nel marmo delle false colonne doriche del mostro di Santa Teresa, piaccia o meno a un grande penalista inciampato in una (prevedibile) sconfitta nell’unica volta in cui, chissà perché, ha deciso di non fare l’avvocato.

 

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