Mar. Giu 18th, 2019

I Confronti

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Crisi, egemonia della “finanza ombra” e nuove sfide della politica

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Una generale linea di tendenza, nel dibattito politico e culturale dei nostri giorni, è quella che mette in relazione la crisi economica con la paralisi della politica. Si tratta di un fenomeno di proporzioni internazionali che si manifesta attraverso diverse fenomenologie: la resa dei governi dinanzi all’indebitamento delle maggiori banche dei paesi occidentali; la riduzione delle decisioni della politica (l’elemento chiave di ogni democrazia degna di questo nome) alle prescrizioni dettate volta per volta dall’andamento delle borse e dai verdetti delle agenzie di rating; l’emergere di forti pulsioni sociali (talvolta vere e proprie ribellioni) contro le scelte di una politica economica sempre più caratterizzata dai tagli indifferenziati alla spesa pubblica, ai servizi sociali, ai salari, alla sanità, alla scuola e alla ricerca; la nascita in tutta Europa e negli stessi Stati Uniti di movimenti populistici e demagogici che intendono combattere la politica tout court e non solo la cattiva politica.
di Giuseppe Cacciatore

Una generale linea di tendenza, nel dibattito politico e culturale dei nostri giorni, è quella che mette in relazione la crisi economica con la paralisi della politica. Si tratta di un fenomeno di proporzioni internazionali che si manifesta attraverso diverse fenomenologie: la resa dei governi dinanzi all’indebitamento delle maggiori banche dei paesi occidentali; la riduzione delle decisioni della politica (l’elemento chiave di ogni democrazia degna di questo nome) alle prescrizioni dettate volta per volta dall’andamento delle borse e dai verdetti delle agenzie di rating; l’emergere di forti pulsioni sociali (talvolta vere e proprie ribellioni) contro le scelte di una politica economica sempre più caratterizzata dai tagli indifferenziati alla spesa pubblica, ai servizi sociali, ai salari, alla sanità, alla scuola e alla ricerca; la nascita in tutta Europa e negli stessi Stati Uniti di movimenti populistici e demagogici che intendono combattere la politica tout court e non solo la cattiva politica. Quanto sia stretto il legame tra politica ed economia (con un evidente, sempre maggiore soccombere della prima alle imprevedibili ciclicità della seconda, ormai quasi quotidiane) è dimostrato dall’assoluta egemonia della cosiddetta “finanza ombra”, una sorta di mostro mitologico dalle mille teste in cui operano fondi monetari, investimenti speculativi, società di scopo (figlie delle stesse banche, alla faccia del controllo che dovrebbero operare le banche centrali). Chi abbia voglia di capire come funzionino queste società e come si sia organizzata la finanza ombra che resta la principale causa delle crisi finanziarie dal 2007 in avanti, può leggere l’istruttivo articolo di Luciano Gallino uscito su “la Repubblica” del 30 luglio, dal significativo titolo Sulla crisi pesano i debiti delle banche. Ma veniamo all’Italia e ai suoi problemi che sono certamente da inquadrare nel contesto internazionale ed europeo, ma che sono anche carichi delle peculiarità storiche e socio-economiche della nostra storia e della situazione nazionale. Solo per fare l’esempio forse più calzante per spiegare e capire alcune di esse, basta far riferimento al conflitto che, a corrente alternata, vede contrapporsi politica e magistratura. Dopo il duro colpo inferto al sistema dei partiti della prima repubblica da una certo non programmata alleanza tra Lega, Forza Italia e Magistratura, e dopo il lungo e penoso confronto tra quest’ultima e le molteplici varianti del berlusconiano conflitto d’interessi, il suo ruolo negli eventi degli ultimi mesi sembra essere tornato all’origine: la radicale messa in discussione del sistema dei partiti, quelli della seconda repubblica, caratterizzata questa volta dall’ormai incontenibile fenomeno del rifiuto della politica e del populismo demagogico. È in questo complesso e delicato intreccio di problemi, per massima parte inediti, che si colloca la primaria e ormai inaggirabile questione della riforma della politica. Una riforma che non è soltanto realizzabile con una nuova legge elettorale, nuove regole interne dei partiti, nuove forme di autofinanziamento, ma soprattutto con un esame di coscienza, di consapevolezza dei livelli minimi raggiunti con l’abdicazione, voluta o meno poco importa, dinanzi al governo dei tecnici e dinanzi ad una politica economica europea sempre più chiusa nella per ora insanabile contrapposizione tra i falchi e le colombe della BCE, tra Draghi e la Banca centrale tedesca, tra l’Europa mediterranea di Italia, Francia e Spagna e l’Europa nordica di Germania e Finlandia. E, invece, siamo all’insopportabile rimbalzo di proposte che mirano più alla tattica elettorale (premi di partito o di coalizione, voto di preferenza o collegi uninominali) che alla strategia di una radicale riforma della presenza dei partiti nel sistema politico e istituzionale, vero ed unico baluardo di ogni democrazia. In tutto questo quadro abbastanza fosco e confuso, nel quale manca ancora un reale confronto di programmi (fatta eccezione, ad onor del vero, del PD che ha presentato la sua “carta d’intenti”), vi è, se si può dire, il buio completo per quel che riguarda il mezzogiorno, le prospettive di una sua reale ripresa, il ritorno dei suoi problemi, vecchi e nuovi, nelle agende politiche e nei programmi dei partiti. La gravissima scelta, fatta da tutti i partiti, di privilegiare la questione settentrionale nell’illusorio tentativo di far concorrenza alla Lega e al potere dei vari Formigoni e Galan, è stata pagata a duro prezzo dal Mezzogiorno come mostrano l’aumento del divario tra le due parti del paese e il maggior peso della crisi che ha colpito e sta colpendo l’apparato produttivo e le condizioni di vita e di sopravvivenza di larghe fasce di cittadini meridionali. È anche su questo terreno che dovrà misurarsi il confronto tra i partiti, ben sapendo, o almeno si spera che lo sappiano, che il grande tema dell’uguaglianza va affrontato anche e soprattutto con la consapevolezza che le diseguaglianze territoriali sono all’origine delle differenze sociali e delle discriminazioni nei diritti civili.

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