Cristiani, avanti con spirito di carità

Cristiani, avanti con spirito di carità
di Michele Santangelo

Nella Chiesa primitiva si insegnava che Cristo morto, risorto ed esaltato, perché asceso al cielo a sedere alla destra del Padre, porta a termine la sua opera effondendo lo Spirito sulla comunità apostolica (At 2,23-33). La Pentecoste o Festa dello Spirito Santo ha origini molto antiche. Si pensa che possa risalire addirittura alla fine del I secolo. Ne Parla S. Ireneo da Lione e Tertulliano riferisce delle modalità solenni con cui  essa veniva celebrata a Gerusalemme. Nella Chiesa occidentale essa acquisì grande rilievo, tanto che in alcuni paesi europei era considerato festivo anche il lunedì successivo e per tutta la settimana erano proibiti i lavori servili e i tribunali non si riunivano. Tali consuetudini vennero in parte abolite dal Pontefice Pio X all’inizio del secolo XX. La liturgia, che assegna alla ricorrenza della Pentecoste il grado di solennità, manifesta la particolare rilevanza che la Chiesa attribuisce alla festività per la vita spirituale  dei credenti. È, infatti, prevista, come per la Pasqua e per il Natale, la celebrazione della vigilia, con testi sacri propri sia nella celebrazione della Messa che nella recita dell’Ufficio da parte dei religiosi. Il legame tra la Pasqua vera e propria, quella appunto che celebra la morte e risurrezione di Cristo e la festa di Pentecoste è strettissimo. Legame che viene subito evidenziato già nella preghiera iniziale della messa della vigilia, in cui il celebrante prega a nome di tutta l’assemblea: “Dio onnipotente ed eterno, che hai racchiuso la celebrazione della Pasqua nel tempo sacro dei cinquanta giorni – è il significato del termine Pentecoste – rinnova il prodigio della Pentecoste”. Questa, infatti, è considerata come il completamento o, meglio ancora, come il conseguimento della pienezza degli effetti della Pasqua sulla piccola comunità degli apostoli i quali non si erano ancora ripresi dallo sgomento provocato dalla morte di Cristo, per cui continuavano a rimanere chiusi in luogo “per paura dei Giudei”, precisa l’evangelista Giovanni. Ed è appunto sul finire del cinquantesimo giorno dalla Pasqua e mentre si trovavano tutti insieme in quel luogo, secondo l’evangelista Luca, autore degli Atti degli apostoli, che avvenne il grande prodigio. “Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono ripieni di Spirito Santo”.  Gli apostoli ebbero il dono delle lingue, ma la potenza dello Spirito investì tutti quelli che richiamati dal fragore “come di vento che si abbatte gagliardo” erano accorsi: grande fu la loro meraviglia nel sentire ciascuno parlare la propria lingua nativa ed erano Parti, Medi, Elamiti ed abitanti della Mesopotamia, della Cappadocia e altre regioni ancora. S. Luca cita ben 18 popoli in ascolto della parola di Dio ma unica era la provenienza del messaggio: “Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei?” Nel giorno di Pentecoste lo Spirito Santo ha dato inizio alla Chiesa, ma le ha anche assegnato una direttiva di marcia ben precisa, quella dell’universalità. Lo Spirito lancia una Chiesa capace di farsi capire da tutti.  Non è la Babele provocata dalla pretesa dell’uomo di poter raggiungere Dio solo con le proprie forze. Il risultato del tentativo ardito, ma insano, fu un disastro – viene raccontato nella Genesi – la confusione totale e la dispersione. Con il dono dello Spirito, invece, a Pentecoste uomini di lingua, razza e nazionalità diverse si incontrano e si comprendono. Con il dono dello Spirito, riflette S. Agostino, l’umile pietà dei fedeli ha raccolto nell’unità della Chiesa la divergenza di tante lingue. “Quel che la discordia aveva dissipato, fu riunito nella carità”. Quello della carità è il linguaggio che fu donato dallo Spirito a Pentecoste. Senza di essa anche noi cristiani rischiamo di essere solo come dei cembali sonanti, ci avverte S. Paolo.

 

redazioneIconfronti

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