Cronaca giudiziaria sì, ma uguale per tutti

Cronaca giudiziaria sì, ma uguale per tutti
di Andrea Manzi
Andrea Manzi
Andrea Manzi

In Germania e negli Usa può accadere che un ministro, scoperto e inseguito dai media, si dimetta per aver copiato la tesi di dottorato o che lasci la vita pubblica per veniali scivolate, tipo sfoggiare i pettorali su Internet per cercare avventure galanti. Può anche accadere, ad un uomo di governo, di chiudere la mano a pugno tenendo indice e mignolo alzati nel gesto plastico che la napoletanità ereditò dalla Grecia del Minotauro, essere mitologico concepito da un tradimento e, ahinoi, irrimediabilmente cornuto. Un ministro portoghese incappò in questo segno tipico della scaramanzia e pagò senza appello.

Qui da noi, in genere, ministri, viceministri e sindaci, anche se indagati o imputati, al netto delle annunciate purghe renziane, non pagano mai, anzi rilanciano. Sarà che nella nostra cultura manca una sfera civica, intesa come area nella quale promuovere azioni in grado di influenzare la politica, certo è che al cicaleccio segue il silenzio. In Germania e negli Usa, invece l’insoddisfazione sociale attiva processi che tonificano la democrazia. E anche la magistratura, di conseguenza, è costretta a fare i conti con l’opinione pubblica e con i mezzi di informazione, senza che le venga in mente, come accade in Italia, di dispensare verità. Rapporto, quindi, non dominio; confronto, non autoritarismo asimmetrico.

Le cose vanno male laddove il sentimento democratico è affievolito, l’opinione pubblica debole e i mezzi di informazione scaduti al rango di arredo urbano. Nei nostri contesti meridionali (gli indici di lettura da terzo mondo lo testimoniano), vi sono testate che non avvertono nemmeno più il dovere di propiziare ragionamenti collettivi sulle funzioni e responsabilità pubbliche. Tale ruolo, d’altronde, non c’è mai stato nella storia di molti mezzi di informazione sudisti. I giornali “governativi”, ad esempio, si collocano in una dimensione solo formalmente equidistante tra il potere e la comunità dei lettori, ma restano ancorati al dominus locale. Tale cedevolezza spesso non è una scelta né una colpa, ma un modo d’essere. Coloro che non vivono con disinvoltura tale condizione di appartenenza, se ne hanno la forza, vanno via; quanti non provano scandalo, invece, arrivano e operano: si spiega così la sostanziale, mite omogeneità di tali aree di lavoro, che convivono senza sforzo con l’occhio controllore del potere. È una deriva pericolosa, perché la delega a figure carismatiche è sostenuta dalla convinzione che un indagato o imputato super votato sia da considerare penalmente irresponsabile per il solo fatto di essere stato scelto dalla maggioranza dei cittadini. Qualche Caudillo post-moderno s’impossessa di tale equivoco popolaresco, lo brandisce come tesi e si proclama perseguitato per il solo fatto di essere inquisito e, quindi, oggetto di legittime attenzioni cronistiche, cioè cittadino come tutti gli altri. Ciò è inaccettabile, ma nessuno interviene, nonostante i linguaggi iperbolici e plebei con i quali il demagogo tenta di contrabbandare il proprio iter processuale con lo status di vittima.

L’informazione giudiziaria richiede professionalità, racconti sorvegliati, continenza della notizia, eppure essa viene costantemente manipolata al fine di tutelare il consenso e il potere politico di taluni imputati. L’opinione pubblica ne esce tradita e umiliata.

Tali deformazioni non attenuano, tuttavia, la rilevante funzione civile delle cronache dalle aule di giustizia, come si evince dalle denunce dell’uso “bellico” della giurisdizione e di tanti insabbiamenti sospetti. Questa delicata funzione presuppone, però, una rigorosa formazione professionale e una consapevolezza del proprio ruolo. Si tratta di valori irrinunciabili soprattutto in periodi in cui torna la deriva giustizialista con il suo carico di tristi presagi. L’antidoto ad un’informazione inadeguata o manipolatrice delle coscienze è un’informazione libera e plurale. Non c’è altra strada. “È il pluralismo delle faziosità – osserva il giurista Glauco Giostra – Di questo, infatti, occorre essere convinti: i mali della libertà di stampa, e ce ne sono di seri, si curano soltanto per via omeopatica, con incrementi ulteriori di libertà”.

 

redazioneIconfronti

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