Crozza, l’artista che gareggia con l’archetipo De Luca

Crozza, l’artista che gareggia con l’archetipo De Luca
di Andrea Manzi
Andrea Manzi
Andrea Manzi

“Guai a chi non sa portare la propria maschera”, scriveva Pirandello nell’Enrico IV. Sarà stato questo vecchio monito drammaturgico a indurre Maurizio Crozza ad anteporre, da qualche settimana, reali spezzoni di monologhi/soliloqui tv del governatore De Luca agli esilaranti sketch che, lavorando sul suo linguaggio iperbolico, imperativo e saccente, propongono dello “sceriffo” salernitano la popolare figurazione satirica, divenuta un “classico” massmediatico, più ancora del nuovo “Razzi” d’annata o dell’Anomalo Bicefalo di Fo. È come se la satira, a margine della sua fantasiosa e beffarda lezione, volesse avvertirci che, nel caso di De Luca, il confine tra il reale e la sua proiezione comica si sia irrimediabilmente assottigliato, per cui scambi e rinvii tra l’aldiquà e l’aldilà di quell’icona fondano ormai soltanto sull’improntitudine del comico, che procede palesemente a soggetto e si mette, da giorni, rischiosamente in gioco. Il filmato introduttivo è un avviso di pericolo che Crozza sembra indirizzare innanzitutto a se stesso. Probabilmente la maschera di De Luca, stressata dalla comparazione sempre più stringente e spinosa con il personaggio, incede sulla linea di un rito che si perverte, di un mondo che implode.

Crozza vaga così su un terreno post-satirico, sul quale agiscono due evidenti rischi, la routine e il caos. Ogni maschera, è vero, dialoga in genere con il suo doppio. L’artista cioè gareggia con l’archetipo del personaggio interpretato, in un gioco corto di specchiamenti e trasgressioni, nel quale la logica e il paradosso, la parola e l’iperbole, la cifra e lo schizzo stringono inedite alleanze, scivolando continuamente dalla verosimiglianza all’improbabilità. Ora però le maschere, sembra volerci dire il comico genovese, sono diventate due e la seconda, quella nitidamente teatrale e spietatamente goffa e caricaturale, non interagisce soltanto con il nucleo storico da cui origina, ma deve fare i conti anche con l’aspro calco che Vincenzo De Luca si è calato sul viso per contrapporlo alla finzione inscenata nelle tv. Un improbabile quanto inutile rodeo semantico a distanza. Le ultime performance di Maurizio Crozza terminano, fateci caso, con un’esplosione irrefrenabile di comicità: l’artista si strappa la parrucca, allontanandosi di scatto e quasi in lacrime dalla postazione, dopo aver salutato la sua formidabile spalla. Si verifica, in quel momento, la bancarotta della parola, la impossibilità dello scambio (o del baratto) tra realtà e rappresentazione, che appaiono fuse in un unico blocco di para-umanità dolente.

È De Luca che, gonfiando a mongolfiera la sua boriosa e onnipotente maschera, ha occupato spazi irreali, quindi asociali e apolitici, interni alla soggettività “patologica” della teatralizzazione, oppure è Crozza che, avendo dovuto scavalcare il suo indecifrabile personaggio, a tratti avanguardistico e a sprazzi post-moderno, lo ha fatto con un balzo comico a tal punto lungo da essere finito in una zona interdetta alla sua satira giullaresca? La risposta non è semplice. La satira, sin dai tempi di Aristofane, ha avuto più fustigatori che ermeneuti, per cui è rimasta inesplorata la sua forza corrosiva così come la vocazione alla descrizione, alla denuncia o all’intento decostruttivo. La maschera del governatore campano ha però una sua identità glocale. Almeno questo. Non c’è alcun punto di contatto con l’ebetino gaudente con cui Crozza dà voce e faccia a Matteo Renzi né con la fessaggine vanagloriosa somatizzata da Razzi, l’onorevole poco onorevole della neo cultura italica. De Luca è invece il sindaco invincibile diventato iperbole assoluta dell’olimpo linguistico. Un Dio creatore di grandeur e di epica del paradosso. Quando, però, un’utopia astratta, come la sua, si palesa in carne e ossa, entrando nel suo ricovero di carne, appare inaccettabile e indecifrabile. È a quel punto che tutto diventa triste e implicitamente comico. “Non c’è niente di più comico dell’infelicità” sosteneva Samuel Beckett in “Finale di partita”. Nascono così l’imbarazzo e il silenzio della satira sul vuoto preesistente della realtà salernitana.

(da Il Mattino del 2 dicembre 2015)

redazioneIconfronti

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