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Cuba, Fidel ed il succo della storia

Cuba, Fidel ed il succo della storia
di Luigi Rossi
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Che Guevara e Fidel Castro

La vicenda, che ha segnato Cuba, può riassumersi nella costatazione che senza giustizia scoppia la rivoluzione, mentre la mancanza di libertà determina il disastro socio-economico. Ne deriva che le recenti affermazioni di Trump, che fanno riferimento a propositi tante volte sbandierati e che in passato hanno determinato conseguenze poco favorevoli, sono delle sterili minacce che determinano sempre reazioni; mentre i funerali di Castro dovrebbero indurre a riflettere sulle vicende di lungo periodo che hanno segnato l’isola dei Caraibi. Una loro sintetica evocazione dimostra quanto sia stato radicato il desiderio Usa di egemonizzare la perla dei Caraibi, posta in una determinante posizione geostrategica per controllare il golfo del Messico e, di conseguenza, garantire sicurezza.
All’inizio furono dei filibustieri a sollecitare e tentare d’impadronirsi dell’isola, poi la stampa con Hearst e Pulitzer individuarono nell’isola l’occasione per estendere il loro impero di carta strumentalizzando notizie di violenze e soprusi. Nel 1898, l’uso politico di un incidente che fece saltare in aria un incrociatore spinse Washington a dichiarare guerra. Per controllare l’isola senza invischiarsi direttamente nel suo governo, con l’emendamento Platt alla costituzione si favorì l’impianto di un regime che ha trovato in Batista l’epigono funzionale per assicurare sonni tranquilli agli speculatori senza ritegno nel trasformare Cuba in una sorta di bordello degli Usa.
Sono le premesse per inquadrare il tentativo rivoluzionario di Fidel, il quale riunì uomini con diversa formazione culturale, ma amalgamati da un sogno comune. Agli inizi si pensava ad una rivoluzione antimperialista di liberazione nazionale non di stampo socialista per restituire agli isolani innanzitutto dignità. Costretto ad opporsi al tentativo di repressione armata dei suoi nemici nella Baia dei porci, Castro si barcamenò nella logica del bipolarismo per salvare la rivoluzione; alla fine, per reazione alla insensibilità di Washington, optò per Mosca e per il marxismo. Così per anni Cuba è stata la bandiera dell’antiamericanismo prima in America Latina, poi nel mondo. La crisi per il tentativo, da parte dei Sovietici, d’istallare missili nell’isola ridimensionò la predisposizione alla comprensione verso il regime da parte di settori dell’opinione pubblica per cui Fidel fu costretto a corteggiare il Cremlino. Così, mentre all’interno diveniva sempre più dura la repressione dei dissidenti, l’embargo praticato dagli Stati Uniti ha reso sempre più difficile la vita agli isolani. Molti decisero di emigrare sfidando le ire del regime e il mare aperto, trasformandosi in irriducibili nemici di Castro, la cui gestione del potere ha determinato anche una progressiva scissione generazionale. Intanto egli s’impegnava a cercare un ruolo internazionale di supporto alla politica estera sovietica, come sperimentò in Africa durante gli anni Settanta dello scorso secolo. Ma nel decennio successivo, Cuba ha vissuto una irreversibile crisi perché è venuto meno il sostegno di Mosca, mentre nel pianeta marxista la sua vicenda è stata ideologicamente strumentalizzata da una Cina sempre più antisovietica.
Carattere spregiudicato, Fidel Castro era convinto di poter osare e, nel realizzare il suo disegno, non ha esitato ad usare gli intellettuali, i quali gli sono serviti per propagandare la sua battaglia contro il capitalismo allo scopo di fare del socialismo come lui lo intendeva un modello per tanti. Così si è accreditato presso l’opinione pubblica mondiale, riuscendo a sopravvivere anche alla fine ingloriosa dei miti di Stalin e di Mao, soprattutto dopo l’uccisione di Guevara, il cui fanatismo ideologico lo rendeva un suo pericoloso rivale, per anni ispirato dalla utopica speranza di cambiare il mondo, eliminare ingiustizie ed i malesseri della società. Grande comunicatore, Fidel ha fatto degli slogan un accattivante strumento per propagandare la democrazia senza esitare a sostenere i guerriglieri per poi proporsi mediatore di pace come nel caso del governo colombiano e del cartello narco-guerrigliero delle FARC.
Ma alla fine, egli ha sperimentato un progressivo isolamento con effetti dirompenti su tutta la popolazione dell’isola. Solo la paziente e silenziosa azione di mediazione della diplomazia vaticana è riuscita ad avviare un processo rafforzatosi grazie ai viaggi a Cuba di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e, ultimamente, di Francesco preparando il terreno per l’incontro tra Raul ed Obama. Il presidente eletto Trump non può minacciare, anche solo a parole, di far ritornare indietro l’orologio della storia. Gli isolani hanno bisogno di sperimentare concretamente il processo di riconciliazione seguendo l’esempio di chi, con coraggio, determinazione e buona fede, ha proceduto in tal senso nel Sud Africa.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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