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Cuore primitivo e la certezza di cose già successe

Cuore primitivo e la certezza di cose già successe

Cuore primitivo

di Andrea De Carlo

Bompiani pp. 364, euro 18)

di Giuseppe Amoroso

decarloIn una successione coinvolgente, aperta da un’ironica antologia di messaggi inviati da una comunità virtuale, e regolata da accelerazioni  e rallentamenti, di capitoli alterni (inizialmente con le voci di  Craig, antropologo di successo e  della moglie Mara, scultrice di talento di gatti in pietra), il nuovo romanzo di Andrea De Carlo, Cuore primitivo (Bompiani, pp. 364, euro 18), incanala un fiume di inquietudini, dubbi, ricerca di risposte alle spinte conflittuali (lui, amante del silenzio e “all’interno di un sistema di riferimenti complessi”; lei, “libera e leggera, senza fardelli”) verso una stringente declinazione di interrogativi, tradimenti, rimorsi, pulviscolo di fatti indominabili trafitti di memorie. Si leva a ondate un assedio di dettagli sbalzati dai loro più resistenti contesti, come in principio di esproprio e in una tristezza che “risucchia qualunque significato dallo spazio” circostante. L’atmosfera sospesa, in un’aria di giorni roventi che “sfumano le sensazioni”, può infiammarsi alla pressione di un ricordo o di una “corrente di pensieri nella voce”, liberando, al di là delle cerniere del tempo e del momento, l’artiglio di una dinamica e pausata sfera di cause che inonda e, insieme, tenta di rintanarsi là dove abita il buio, lo “smantellamento delle difese”. E poi, ancora, opacità e luce  si addensano e si diradano sotto le sferzate dell’autoanalisi dei  protagonisti che la struttura della narrazione acuisce,  esasperando il confronto e trascinando sentimenti, pulsioni, aggressività anche sulla scorta di una critica ricerca degli scatti remoti di ogni comportamento: ricerca visualizzata  su  una “pur minima distanza prospettica”, talora con l’intervento diretto dell’autore ( Visto che siamo arrivati a questo  punto…”).

L’azione si svolge a Canciale, ”semidesolato” paesino ligure preappenninico, dove Craig e Mara, che vivono in Inghilterra, trascorrono le vacanze in una casa il cui tetto, lesionato dalla pioggia, provoca un incidente all’uomo. Su una rete di arcuate proiezioni narrative, nutrite delle più disparate potenzialità tematiche ed espressive, e in grado di suscitare  pure una folata di visi secondari, si manifesta la crisi della coppia, presto a contatto con un nuovo personaggio, il costruttore Ivo, dal “retroterra confuso”, che Mara, con un brivido, sente arrivare “da un romanzo che ha letto, o da una canzone che ha ascoltato,chissà quando?”).

Sorgono tensioni acutissime, nelle quali il realismo spesso tagliente, che le sostiene con un colloidale risvolto di certificazioni,  mostra un salto di grado, nel pentagramma prezioso  e affabile del discorso polifonico, alimentando una quota di note psicologiche e di costume che si avvicina e si sventaglia ai margini per ripresentarsi con maggior vigore, grazie a una prosa densa di fermenti, elettrica anche in alcune quasi notarili verifiche, stratificata in riflessioni e informazioni  magnetizzanti e nell’ammicco di un insolito recupero del sommerso.  E questa prosa, mentre fotografa e attenta annota (e nelle azioni concitate abolisce la punteggiatura), reinventa con la sua musica in tono minore, un po’ sommessa, soffocata ma ritornante al richiamo opportuno o al disguido contiguo alle allusioni, tra luoghi adeguati alle azioni, colori di paesaggi che definiscono senza impastarsi, mutamenti di ritmo che sembrano chiedere al lettore una pronuncia nuova, un’integrazione sintonica, stimolata da citazioni, problematiche culturali, sociologiche, congetture come filtrate dalla buca di un suggeritore. Il lessico, in apparenza docile e di immediata decifrazione, con vene di raffinata cura stilistica, si arma di inflessioni (si è parlato di “richiami oggettivi” delle onomatopee) per quel  tanto che basta a inserire i personaggi nella dimensione fisica e morale del loro quotidiano dibattito, delle loro angosce e non nello sconfinamento vaporoso verso l’indeterminato o la didascalia meccanica.

Abolita la conduzione corsiva delle riprese, De Carlo modella una narrazione che senza sforzo raggiunge i copiosi dialoghi, i monologhi e una lucida diagnosi (correlata di appoggi saggistici) della “tristezza di tempi sbagliati”, abdicando al colpo di teatro, ma conquistando tuttavia un’articolazione indimenticabile, un fraseggio intenso che nasce dal cambio dei punti di vista, dalle posizioni di guardia delle tre figure centrali sottoposte a uno scalpellìo di anime. Situazioni coperte dalla foschia, ”con effetto tipo vecchia televisione”, altre abbagliate di luce, e la “rigida asciuttezza del mondo minerale” (con quel “cuore primitivo” che resta lo stesso di quando gli uomini “si aggiravano semicurvi per il neolitico”) si innervano lungo traiettorie di interrogativi esistenziali che, come nel precedente Villa Metaphora, galleggiano nel vuoto di una “tristezza di cose già successe”, mentre si avverte il peso di “tutto quello che non è giusto e che non va”.

 

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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