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Da 31 anni la tv del dolore informa, addolora e fa fiction

Da 31 anni la tv del dolore informa, addolora e fa fiction
di Anna Bisogno*

Trentuno anni fa veniva sdoganata in Italia la “tv del dolore”. Anzi, in quell’occasione, il Paese fece scuola. Il 13 giugno del 1981 alle 7 del mattino, milioni di telespettatori italiani assisterono impotenti alla morte di Alfredino Rampi. Era la tragedia di Vermicino. La Rai trasmise in diretta e a reti unificate per ben 18 ore la lenta agonia del povero bambino, precipitato alle 19 di due giorni prima in un pozzo artesiano di soli 30 cm di diametro, ma profondo ben 30 metri, lasciato sconsideratamente aperto alle porte di Roma.
È una grande tragedia, come purtroppo tante altre simili che capitano in ogni angolo del pianeta. Questo dramma però ha qualcosa di speciale.
Diventa un evento mediatico, un racconto per immagini del vano tentativo di salvare una vita umana, che indirizza l’eterno flusso televisivo sulla strada del dolore in veste di intrattenimento.
Sul luogo della tragedia accorrono con il presidente Sandro Pertini, centinaia di persone che fanno una ressa inutile, nani e volontari dal fisico minuscolo che cercano di calarsi nel pozzo per afferrare le mani di Alfredino, purtroppo senza esiti positivi.
In realtà un evento del genere, seppur di differenti proporzioni, si era registrato qualche anno prima, a metà degli anni ’60, sul Monte Bianco, nel corso di un tentativo di recupero di un folto numero di alpinisti bloccati sul pilone centrale della montagna più alta d’Europa. Fra di loro c’era anche l’alpinista italiano Walter Bonatti che accusò Emilio Fede, allora in Rai, di aver fatto tardare i soccorsi diffondendo informazioni errate. La cosa si fermò lì. Nonostante i morti, tanti, in parete.
Ma è con Vermicino che si assiste, dal punto di vista narrativo, alla prima vera commistione tra generi televisivi differenti, in particolare tra l’informazione e la fiction: una inedita commistione tra le istanze relative al conoscere, legate all’informazione, e quelle relative alla partecipazione emotiva e passionale tipiche della fiction.
Era giusto, non era giusto puntare le telecamere su un bambino che sta sprofondando in un buco nero dove, di lì a poco, sarebbero sprofondate, con la pietà e la vergogna per la fine del povero Alfredino, tutte le nostre concezioni sulla televisione, sul rapporto fra informazione e spettacolo?
La domanda rimane senza risposta ma il dibattito è aperto perché, come sostiene Aldo Grasso, una cosa è soffrire, un’altra vivere con le immagini della sofferenza, che non rafforzano necessariamente la coscienza o la capacità di avere compassione, anzi possono anche corromperle. La tragedia di Vermicino non è servita dunque a riflettere sull’opportunità di trasmettere casi dolorosi in tv, o meglio, su come trasmetterli, ma è servita solo a sdoganare questo nuovo genere di spettacolo basato sulla sofferenza. Da Cogne a Garlasco, da Perugia ad Avetrana: la televisione è diventato il dispositivo comunicativo contemporaneo che più di ogni altro tradisce costantemente il dolore, nel senso che lo rende tangibile, lo trasforma in una storia appetibile, ne fa un osceno lievito per gli indici di ascolto. Si potrebbero fare molti esempi di questa televisione straziata e straziante. Quello di “Chi l’ha visto?” è sempre il più calzante che, tra l’altro, è una delle trasmissioni più longeve della Rai dopo la Domenica sportiva.
L’informazione dunque cambia modalità di approccio alla notizia, dilata l’oggetto esplorato, abusa del diritto di cronaca, cerca nuovi ambiti di appeal. Il limite (sottile e assottigliato) che separa informazione e intrattenimento ma troppo spesso viene varcato, alimentando una tv che sembra onnipotente, nel vuoto che c’è. Una tv che è vita meglio della vita e in cui il Gabibbo ha preso il posto del poliziotto, «Forum» del pretore e «Chi l’ha visto?» del detective Marlowe.

*docente di Storia e linguaggio della televisione presso l’Università degli Studi di Roma Tre

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