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Dacia Maraini e la tortura del possesso amoroso

Dacia Maraini e la tortura del possesso amoroso
Algebre, di Rino Mele

Ho appena letto un appassionato intervento di Dacia Maraini sull’insistere osceno del fenomeno del femminicidio, l’esito che si nasconde come un incubo nella struttura rigida dell’istituzione familiare. Lo schema matrimoniale è questo: due persone libere rinunciano alla libertà con la pretesa di conservarla. Alla fine l’intenzione d’amore iniziale (nel senso di generosa donazione), se c’è stato, si trasforma in assoluto bisogno di ricevere, di prendere, di sopraffare, di rendere “cosa” l’altro, invidiandogli qualsiasi forma di vita autonoma (ed è quello che, falsificando, chiamiamo suggestivamente “gelosia”). A passi successivi si può finanche arrivare al delirio concreto, l’uccisione del coniuge (nella truce realtà, per fortuna rarissimamente, ma nel proprio cuore con inaudita frequenza). Leggiamo, ora, la bella intervista di questa nostra luminosa scrittrice (ieri, giovedì 25, su “Repubblica” Napoli): tra altre acute riflessioni, Dacia Maraini dice che la maggiore violenza dell’uomo rispetto alla donna è pari alla sua minore capacità di sublimare la sessualità, cioè spostarne la forza verso altri fini, come la famiglia ad esempio: l’uomo resterebbe, così, impigliato nella rete di una dirompente sessualità che la nostra cultura ha incanalato nell’idea di predominio dell’altro: (“non sei neanche capace di disperarti sul serio / con tutte e due le mani e con tutti e due gli occhi / per il male degli altri di cui ti riempi la bocca” come scriveva quarant’anni fa, nel 1978, Dacia Maraini poeta, nel suo “Mangiami pure”). Maraini usa il termine “sublimare” in senso largo ma molto efficace. Ci dice che le donne riescono ad avere forme di reazione meno devastanti perché capaci di spostare (“sublimare”) il loro bisogno di reciprocità affettiva verso altri oggetti (“le donne proprio perché escluse da tante cose hanno elaborato e sublimato”).

Rino Mele

Rino Mele

Questo termine psicoanalitico usato per la prima volta da Freud allude, nel suo significato scientifico, al passaggio di un corpo dallo stato solido a quello gassoso (ma indica anche l’elevatezza dello stile nella retorica dell’arte letteraria e pittorica). “Sublimare” ha il significato di spostare le pulsioni sessuali verso attività che sembrano a prima vista non aver diretto rapporto con esse, ed ha a che fare, per Freud, anche con la “repressione” parziale di forze e impulsi ritenuti inaccettabili.

Sullo sfondo, sono presenti quelle “situazioni di pericolo della primissima infanzia” da cui (come dice Melanie Klein) non ci siamo mai completamente staccati. Infatti, l’adulto resta anche, e ancora, quel bambino/bambina ferito così frequentemente dall’angoscia dell’abbandono e per questo (nella sua irrisolta immaturità) continua a esercitare quel ruolo di predatore d’affetti legati alla sua sopravvivenza.

L’amore – se qualcuno riesce ad avere accesso a quella rara condizione – ne è proprio il rovescio, col suo dare incondizionato, ed ha sempre un orizzonte sociale.

L’intervista a Dacia Maraini – autrice nel 2012 di un attualissimo libro su questo scuro tema, “L’amore rubato” – è di Stella Cervasio partendo dall’omicidio di Anna Carusone uccisa dal marito Davide Mango a Bellona in provincia di Caserta, poi suicida dopo aver ferito dal balcone alcuni passanti.

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