Mar. Lug 23rd, 2019

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Dagli Usa “suggeriscono” agli italiani un voto non ideologico

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Ogni anno, durante la prima settimana di settembre leaders politici (pochi), imprenditori e banchieri si riuniscono a Cernobbio al Seminario Ambrosetti per fare il punto sullo stato dell’economia e della società italiana. Molti gli ospiti stranieri: soprattutto banchieri, economisti ed analisti politici. Quest’anno i riflettori erano puntati su Mario Monti e sul suo governo tecnico. Ovviamente chi si aspettava da Monti una dichiarazione sul suo futuro politico è rimasto deluso.
di Vincenzo Pascale (N.Y.)

Ogni anno, durante la prima settimana di settembre leaders politici (pochi), imprenditori e banchieri si riuniscono a Cernobbio al Seminario Ambrosetti per fare il punto sullo stato dell’economia e della società italiana. Molti gli ospiti stranieri: soprattutto banchieri, economisti ed analisti politici. Quest’anno i riflettori erano puntati su Mario Monti e sul suo governo tecnico. Ovviamente chi si aspettava da Monti una dichiarazione sul suo futuro politico è rimasto deluso. Il Professore ed ex Rettore della Bocconi ha messo in chiaro che il 2013 per lui non sarà un anno che lo vedrà ancora a Palazzo Chigi. La dichiarazione ha fatto (in silenzio) la felicità dei partiti e dei loro leaders, pronti a riprendere le vecchie prassi politiche incentrate su un uso indiscriminato della spesa pubblica in primis. Il Presidente Napolitano intervenendo in collegamento web ha posto ancora una volta l’accento sul buon operato del governo Monti da lui voluto e sostenuto e sulla necessità di continuare sulla strada tracciata da questo governo anche all’indomani dell’uscita di scena del professor Monti. Dunque una agenda politica blindata e tracciata a priori da chi e da quanti vogliono l’Italia fortemente ancorata alla politica monetaria e fiscale europea che in sintesi si concentra nella famosa spending review (revisione di spesa) se vogliamo ottimizzazione della spesa pubblica e lotta all’evasione fiscale vero cancro del nostro Paese che ne frena la crescita e gli investimenti. Dunque Italia a pieno titolo in Europa come era stato dagli inizi con il trattato di Roma. Questo messaggio di ottimismo è vissuto contraddittoriamente negli Stati Unti. In numeri consecutivi la prestigiosa rivista di analisi politica Foreign Affairs si è concentrata sull’Euro e sull’Unione Europa, in sintesi prevedendone la morte assistita a causa di una incapacità di bilanciare uno squilibro politico, economico e culturale tra la tradizione politica ed economica dei Paesi del Nord Europa con quelli dell’Europa Mediterranea. Se questa è l’analisi di autorevoli politologi ed accademici di altro parere è l’attenzione che l’attuale amministrazione Obama sta ponendo sulla crisi dell’Unione Europea che vede uno degli alleati di Washington, l’Italia, in prima linea nel riallineare i bilanci statali a parametri internazionali alla luce della interconnessione delle economie ed investimenti mondiali. In effetti un crollo dell’Euro arrecherebbe un tale dissesto alle banche di investimento ed ai fondi pensioni americani che hanno forti assets nei Paesi della moneta unica europea, compresa l’Italia. Questa considerazione economica e strategica transnazionale deve far riflettere i partiti politici italiani che si accingono a prepararsi per una campagna elettorale rispetto alla quale in tanti, partiti e candidate sono impreparati e riottosi a cimentarsi con situazioni politiche transnazionali che poi riguardano il nostro stesso Paese. Insomma, qualunque sia il leader e lo schieramento politico che guiderà il Paese nel dopo Monti il cammino politico, fiscale ed economico è tracciato. Restano da definire le politiche di crescita economica, ma soprattutto i settori sui quali puntare per la crescita del Paese nell’era post industriale. Su questa agenda si dovranno misurare i partiti con i loro programmi. Dunque non più un voto ideologico, ma un voto sui programmi.

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