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Dal Realityk alla Realpolitik: il gioco della creazione del consenso

Dal Realityk alla Realpolitik: il gioco della creazione del consenso
di Roberto Lombardi

X Factor su Sky decreta le migliori voci nazionali; Master Chef su Cielo diploma i migliori cuochi d’America; Italia’s got Talent su Canale 5 promuove i più grandi dello spettacolo; per non parlare delle più belle incoronate da Rai 1 con Miss Italia, e The Apprentice che laurea il miglior management sempre su Cielo.
La proposta, un po’ provocatoria, un po’ paradossale, un po’ prendetela sul serio, è questa: perché non ci scegliamo gli uomini da mettere alla guida del paese attraverso un reality? Primarie con troppi compromessi, sistemi elettorali sempre inadeguati spazziamoli via e facciamo anche noi spazio al nuovo che avanza. Il titolo del programma ce l’avrei: ”Realityk: realpolitik”. La giuria che dovrebbe giudicare e scegliere fra i candidati sarebbe composta da personaggi che ovviamente conoscono bene la materia, da chi conosce a fondo i problemi del paese: chi fa fatica ad arrivare a fine mese, precari da una vita, lavoratori a rischio, casalinghe che reggono sulle spalle complesse economie familiari. Il pubblico seguirebbe da casa le vicende del gruppo che si candida alla guida dell’Italia, osserverebbe gli aspiranti in azione, ascolterebbe i loro programmi e, non senza qualche fastidio, proclami e slogan. Ma li seguirebbe mentre si misurano con prove concrete, che mettono alla prova la loro preparazione: fare la spesa al supermercato per sei persone per due giorni con 40 euro; pagare tutte le bollette “imugasluciacqua” e “rifiutelefono” prima che i millecento euro dello stipendio messo a loro disposizione si vaporizzi, decidere se pagare l’idraulico a nero con un risparmio di 70 euro, o con ricevuta regolare maggiorata d’IVA al 21%. E il pubblico potrebbe votare da casa e mandare mail di commenti. In fondo la mia proposta descrive una modalità che non è poi così distante dal sistema attualmente in vigore. Cosa accade nella realtà? Il giornalista di turno invita una sfilza di esponenti politici nel suo salotto, fa domande, sollecita e quelli rispondono, ragionano, si espongono. Ma tutto accade come capovolto, rovesciato: non un mettersi sotto la lente d’ingrandimento per sottoporsi al giudizio del popolo (e questo a causa del pressapochismo di tanti giornalisti proni o compiacenti o compromessi, e a causa della posizione sproporzionata, di dominio, in cui i politici sono messi e si sentono messi), ma un gioco in cui le pedine siamo noi, il pubblico, che sembriamo osservare e giudicare, e invece subiamo, e non loro, che sembrano mettersi in gioco, e invece manovrano, con la complicità di un vasto apparato che invece di mantenersi neutrale, partecipa pesantemente al farsi e disfarsi delle regole. Nell’attuale sistema di creazione del consenso (a proposito, perché si chiama con…senso, se così spesso diamo il nostro assenso a ciò che non ha senso?) sono loro che studiano noi e non viceversa. Sondaggi, share, rilevazioni, altrettanto drogate, rivelano loro, praticamente in tempo reale, le nostre reazioni, le propensioni di voto che manifestiamo, i sentimenti e le emozioni che ci agitano. Così alla fine non sono certo i programmi quelli che i politici tengono accanto a loro per convincerci a votarli, ma di fianco hanno più spesso truccatori, curatoti d’immagine, esperti di marketing.
Invece a “Realityk: realpolitik” il gioco, visto che di gioco si tratta, e non di seria proposta politica, è rivelato, scoperto, dichiarato: volete guidare il Paese? Allora mettetevi alla prova e dimostrateci (non convinceteci) che siete l’uomo di cui il Paese ha bisogno. Giocatevela e poi, come nei veri reality, complimentatevi col vincitore e fategli gli auguri di un buon lavoro. E, se perdete, tornatevene al vostro lavoro (se ne avete uno).

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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