Ven. Ago 23rd, 2019

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Dalle Olimpiadi riparte la guerra fredda

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di Luigi Zampoli
di Luigi Zampoli

RioOlimpiadi2Il Tas di Losanna, il Tribunale Arbitrale dello Sport, ha confermato l’esclusione di ben 68 atleti della squadra d’atletica russa dalle prossime Olimpiadi di Rio a causa del sistematico ricorso al doping per “ottimizzare” le prestazione agonistiche.
È una decisione destinata ad alterare non solo i rapporti di forza in ambito strettamente sportivo, dal momento che si tratta di una delle squadre più forti dei Giochi, destinata a vincere un alto numero di medaglie, ma anche le relazioni internazionali tra la Russia e l’Occidente.
Alcune nazioni, tra cui gli Stati Uniti, vorrebbero addirittura l’esclusione dell’intera delegazione russa dalle Olimpiadi, un’eventualità, al momento remota, che, qualora dovesse verificarsi, avrebbe contraccolpi pesantissimi sui rapporti tra Mosca e l’Occidente.
Una vicenda che sembra far riemergere dal passato i vecchi fantasmi dell’Unione Sovietica e dei paesi dell’est, in particolare la DDR, la Germania comunista, quando lo sport era un vessillo propagandistico, issato ogni quattro anni, per l’affermazione della superiorità del mondo d’oltrecortina; in tempi di guerra fredda il medagliere olimpico costituiva motivo di vanto ed asserita supremazia di un blocco nei confronti dell’altro. Le Olimpiadi degli anni settanta e ottanta hanno visto le nazioni dell’Europa orientale fare incetta di medaglie olimpiche in quantità industriale, destando non pochi sospetti sulla genuinità di quei risultati sportivi strabilianti. A quei sospetti sono seguite diverse conferme, basti pensare alle squadre femminili di nuoto e atletica della Germania Est, corpi devastati e trasformati dall’uso massiccio di ormoni e anabolizzanti. Erano vittorie ottenute con l’inganno e l’artificio, i trionfi “sporchi” di una pratica di alterazione fisiologica degli organismi di atleti ridotti a cavie che si era eretta a sistema nazionale di pratica sportiva; il doping di Stato era funzionale all’affermazione del primato della forza e dell’invincibilità dell’atleta “socialista”, a tutti i costi, senza alcun rispetto per l’integrità e la salute degli individui.
In Russia le vecchie ideologie hanno lasciato il posto alle nuove, eppure la sfrenata rincorsa ad un ruolo di supremazia nel mondo passa ancora attraverso la vetrina dello sport e delle Olimpiadi; oggi è più difficile individuare il confine tra una dimensione statuale e le responsabilità individuali rispetto al problema del doping, anche quando la sua larghissima diffusione tra atleti di una stessa nazione getta più di un’ombra sulle istituzioni: ministero dello sport, federazioni e comitato olimpico.
Putin grida al complotto internazionale ma nel frattempo rimuove i dirigenti del movimento sportivo russo, cercando di circoscrivere la questione, facendola ricadere nel perimetro delle responsabilità dei singoli; il presidente russo sa benissimo che il danno derivante dallo scandalo sarà ingentissimo e rischia di avere effetti anche sugli equilibri geopolitici internazionali e sui rapporti economici tra la Russia e le grandi multinazionali.
Oggi i controlli antidoping del Cio e delle agenzie internazionali, come la Wada, sono molto assidui e meticolosi, difficile pensare che si tratti di una manovra ordita da poteri occulti occidentali, a meno che non si metta in dubbio la stessa imparzialità dell’Agenzia internazionale antidoping, cosa che gli organi di stampa russa, di stretta osservanza governativa, stanno facendo in questi giorni.
Il Comitato olimpico internazionale diventa così il proscenio di nuovi scossoni ai già fragili equilibri politici globali, come accadde oltre trent’anni fa con i reciproci embarghi tra est e ovest in occasione dei Giochi del 1980, a Mosca e, quattro anni dopo, a Los Angeles.
E il fatto che la questione abbia una natura squisitamente politica, ben oltre l’ambito sportivo, lo dimostra la decisione appena assunta dallo stesso Comitato olimpico internazionale che, con un atteggiamento pilatesco, ha devoluto ogni determinazione sull’esclusione delle altre squadre russe alle federazioni internazionali delle rispettive discipline sportive presenti nel programma olimpico. È la dimostrazione implicita che una risoluzione drastica di messa al bando dell’intero sport russo dai Giochi avrebbe avuto effetti incontrollabili sullo scenario politico internazionale, un gioco troppo grande anche per una istituzione mondiale potentissima come il Cio.
Stritolato tra giganteschi interessi contrapposti, lo sport pulito rischia di farne le spese e con esso i valori di lealtà, correttezza e concordia dello spirito dei “cinque cerchi”, proprio quando la torcia sta per accendere il braciere olimpico di Rio de Janeiro.

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