Danilo Dolci, messaggi di vita nell’antico Meridione dolente

Danilo Dolci, messaggi di vita nell’antico Meridione dolente
di Andrea Manzi
Andrea Manzi
Andrea Manzi

Metti un ragazzo di quindici anni e di fronte a lui, poniamo, Socrate. Il filosofo farà l’adolescente curioso e il giovincello diventerà saggio. È un classico della maieutica, questo, e le piccole verità del discepolo saliranno dal fondo dei pensieri verso la luce.

Era il 1985 (non il 400 a. C) e non ad Atene ma ad Agropoli, porta del Cilento, davanti al discepolo di turno, in un pomeriggio caldo, sedeva Danilo Dolci – un po’ Socrate e già molto Gandhi. Aveva sessantuno anni il sociologo, educatore, poeta e attivista della nonviolenza proveniente da Sesana, nel cuore del Carso, e trasferitosi dal 1952 nella Sicilia occidentale, a Trappeto e Partinico, per lottare contro sottosviluppo e mafia, guardando “oltre l’attimo, e vivendolo…”. Suo discepolo per caso (e, poi, negli anni, collaboratore e biografo) quel giorno fu Giuseppe Barone, studente dello Scientifico. Oggi Barone ha circa quarantacinque anni, fa il bancario a Napoli dove abita dal ’93, ed è il curatore di “Ciò che ho imparato” (Mesogea) e “La forza della nonviolenza – profilo bibliografico di Danilo Dolci” (Dante & Descartes), con prefazione di Norberto Bobbio, due testi che sembrano essere tornati di moda, come il celebre “Banditi a Partinico”.

«Fu immediato il mio interesse per il personaggio, lui d’altra parte calamitava l’attenzione degli altri. Parlava poco – ricorda Barone – ma ti tirava le cose fuori, portando all’esterno la tua creatività che ti faceva investire in un sorprendente lavoro di gruppo». La vita scoperta giorno dopo giorno, che il Danilo Dolci poeta cantò ne “Il limone lunare”, era una continua sorpresa. «“Che cosa è una zecca?”, un giorno cominciò un incontro con questa domanda. Silenzio e imbarazzo tra noi ragazzi. “Ma qualcuno di voi ha un cane?”, ci sollecitò per alcuni minuti. Dopo un’ora entrammo nel vivo, con l’intervento di uno studente che, rivolto a Dolci, osservò: “È brutto quando le persone si comportano da zecche”. Il pomeriggio si concluse discutendo di campi di concentramento e di ingiustizie nel mondo».

Danilo Dolci, che conoscerà il carcere per le sue lotte siciliane, alla fine del secondo millennio attuava proprio il metodo socratico. Il contributo di ciascuno ne usciva valorizzato, le verità non si dispensavano, piuttosto si costruivano pazientemente con il dialogo, tirandole fuori dai pensieri e schiarendole alla luce del sole. “Il vivere mi inorridisce / e affascina / siamo minimi microbi / in bilico distratto / tra disperazione e presunzione” scrisse ne “Il dio delle zecche”. Gli osservatori conieranno l’espressione “capacitazione” (empowerment) per definire la finalità del suo artigianale lavoro di sociologo “non scolastico”.

«Era architetto di formazione ma avviò in Italia una rifondazione sociologica dal basso, un lavoro che inventò nella Sicilia degli anni ’50, dove appariva impossibile innovare alcunché»: Barone ricostruisce questa rivoluzione dai mezzi poveri (parole e silenzi) ma dagli esiti inattesi: «La “sua” diga di Partinico, progettata negli anni ’50, è l’unica che ancora funzioni in Sicilia». Dicevamo, del contatto, della “capacitazione”, attività difficile e umile. «Danilo cominciò a cercarmi, perché mi vide interessato al suo metodo. Negli incontri maieutici, per coinvolgere maggiormente gli altri, lo sentivi esclamare: “Hai detto una cosa bella, me la puoi appuntare? Scrivi poche righe…”. Accadde così anche a me. “Dieci righe, grazie, grazie!”. Un rapporto inconsueto, paritario. Cominciai così a fare ricerche, cercavo libri, volevo sapere da dove veniva e chi era quell’uomo straordinario». Anche i saluti, alla fine delle riunioni, rinviavano al rapporto, alla civiltà della conversazione: “Se ti va, mi chiami. Fatti sentire!”. E infatti: «Rispondeva personalmente al telefono, le conversazioni erano profonde e non degeneravano nei convenevoli. Esauriti gli argomenti forti, terminavano subito. L’ovvio non apparteneva alla sua vita».

Era passato appena un anno dalla conoscenza, Giuseppe Barone di anni ne aveva sedici. Ma con Dolci si cresceva in fretta. «Un giorno mi chiamò e mi chiese se mi faceva piacere leggere le bozze di un suo libro. Gli dissi di sì. Mi inviò trenta pagine dattiloscritte. Dopo qualche giorno si fece vivo: “Allora?”. Gli dissi: “È un libro bello, fondamentale”. E lui: “Dopo i complimenti, veniamo alle critiche”. Sì, proprio così: Danilo, che era un autore Einaudi, Feltrinelli e Mondadori, l’intellettuale amico di Russell, Piaget, Silone, Levi e Bobbio, voleva la critica autentica di un ragazzino». Barone “entra” presto nella schiera dei collaboratori, Dolci gli pubblica interventi e chiose nei suoi testi. Il rapporto si intensifica, il giovane studioso raggiunge il maestro in Sicilia, dove la silenziosa e profonda rivoluzione del costume si arricchisce di indelebili pagine nonviolente. «Raccoglievo continuamente materiale su di lui, ma soltanto dopo la sua morte pensai di pubblicare qualcosa». Danilo Dolci nel ’57 si vide assegnare dall’Unione Sovietica il Premio Lenin per la pace. “Non sono comunista – disse – ma lo accetto”. Nella Sicilia della fame e della mafia “amica” era amato dalla gente semplice e odiato dalle istituzioni. Anche la Chiesa lo avversò. Per il cardinale Ruffini era un sovversivo e il “gran parlare di mafia” fu per il prelato la più temuta delle sovversioni. «Il suo fisico era provato per l’incessante lavoro e per i digiuni. La prima volta che non toccò cibo per una settimana fu a causa della morte per denutrizione di un bambino, Benedetto Barretta. “Come potevo mangiare – diceva – se un bambino era appena morto di fame?”». Nel ricordo di Barone la incrollabile fede laica del poeta: «“Mi sento religioso – mi diceva – ma non in senso confessionale”».

Guardare, ascoltare: erano questi i riti più coinvolgenti di Danilo Dolci, sacerdote laico immerso nei dolori dell’umanità senza mai disperare. Non aveva scelto Palermo come campo d’azione, ma un paese senza economia, dove a far compagnia alla gente c’erano la fame, la sete e la febbre. A Partinico la fogna si allungava in un rigagnolo e attraversava la strada, portando epidemie nelle case. «La sua attualità è in questa società viva che riusciva a tirar fuori dal silenzio e dalla malinconia meridionale. Ripeteva “il potere non è il male, è il dominio ad essere patologico”. Per lui – commenta Barone – ciascun individuo deve poter avere un proprio potere». Non c’entra nulla, tutto questo, con l’anarchia? «Assolutamente no. Danilo era amico di molti anarchici, ma diceva che la sua idea era diversa perché presupponeva un’organizzazione. Egli voleva una democrazia compiuta». Tornano Socrate, le parole, la conoscenza, le definizioni. «Lo ha ricordato Saviano: Danilo Dolci dal ’50 al ’90 promuove il potere delle parole e dell’ascolto». La storia, grazie a lui, ha cucito un abito addosso all’utopia, lasciando intravedere un futuro di libertà e di democrazia. «Più che tra storia e utopia – osserva Barone – vedo un nesso tra teoria e prassi. Forse è qui l’attualità di Dolci». Se tornasse per un giorno dal silenzio al quale da diciassette anni non ancora ci ha abituati, a quali battaglie si dedicherebbe questo poeta (e profeta) disarmato e tanto temuto? Da vivo interrogava i contadini, che gli chiedevano l’acqua. Ma l’umanità anche oggi ha sete. Dolci invocava “acqua democratica”. E raramente parlava di mafia. Preferiva discutere di “sistema clientelare mafioso” per dire al mondo, da efficace comunicatore quale era, che la mafia senza la politica (e viceversa) non è un assunto compiuto. Una rivoluzione, la sua, della quale per fortuna si riparla. E le edizioni Mesogea, per alimentarla, hanno da poco riproposto, con una nota introduttiva di Giuseppe Barone, “Palpitare di nessi”, un’opera di Danilo Dolci del 1985. Testo attualissimo, da non perdere.

 

 

 

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