Dario e Bob, profeti di un’arte che supera la storia

Dario e Bob, profeti di un’arte che supera la storia
di Luigi Zampoli

222733655-89c14a4f-1ed7-425b-8fd0-c52805a14f97Un giullare che si consegna alla storia e un menestrello che sopravvive alla propria leggenda, impreziosendola con un premio inaspettato. “Diversamente“ Nobel, Dario Fo e Bob Dylan, per una di quelle coincidenze che sembrano l’esito di una congiuntura astrale gravida di suggestioni, sembrano quasi essersi incontrati lì dove la vita cede il passo a un bivio, tra eternità e gloria imperitura.
Dario saluta e cede il testimone a Bob – dopo averlo persino predetto – nella strenua lotta che entrambi hanno condotto, in modi diversi e tempi in parte sovrapponibili, contro la convenzione di un potere che ha bisogno di fissità e linee rette per essere riconosciuto e perpetuarsi.
Se il premio conferito a Fo fu lungamente discusso (non certo per la caratura immensa dell’artista, ma per la riconducibilità o meno del suo lavoro di drammaturgo e attore nell’alveo della letteratura), ancor più “estrema” può definirsi la scelta dell’Accademia di Svezia di conferire il Nobel al cantautore statunitense.
Fo è stato un creatore di linguaggi, ha elaborato una scena teatrale in cui il valore letterario era in qualche modo al servizio dell’istrione, del mattatore dalla mimica facciale unica, della sua prorompente gestualità. Il suo ”grammelot” non è un’esposizione di concetti, ma una serie di suoni che riproducono in rapida frammentazione di diverse lingue e ne creano un’altra che non è una lingua, in senso cognitivo, ma il segno stilistico-fonetico di una rappresentazione scenica.
Gli strumenti linguistici di Fo ricomprendono l’arte “alta” e “bassa”; ma la vera indagine per individuare un legame soddisfacente tra i suoi lavori e la parola scritta deve avvenire sui testi.
Che cosa resta in termini di valore letterario delle sue opere, enucleandole dalla scena del teatro?
È possibile farlo?
Non c’è nessuna accademia nel lavoro di Dario Fo, è una prospettiva dissacrante di argomenti politici, religiosi ed esistenziali che ha nelle sue premesse il rovesciamento di ogni ordine costituito, quello del potere e quello della cultura, non scevro da logiche autoritarie e omologatrici.
Il premio Nobel a Fo fu l’acquisizione di un nuovo punto di vista da parte di un’istituzione culturale che aveva, fino a quel momento, conferito il riconoscimento ad autori il cui spessore letterario era indiscutibile.
La letteratura è visione e descrizione di vita, di quegli aspetti che meritano di essere sublimati per essere compresi, ma è soprattutto la congiunzione tra realtà e magia, i grandi autori si muovono attorno a quest’intersezione che agli altri sfugge.
C’è anche Dylan tra gli “eletti” ed il suo ingresso nell’Olimpo fa ancora più scalpore di quello di Fo; l’accademia è andata al cuore della canzone popolare americana, dove ogni prosa si scioglie, la lirica si dissolve e restano versi in melodia senza armonia che racchiusi nella forma-canzone sprigionano significati ed estroflessioni di un’umanità che risplende descrivendo la sua solitudine e i dubbi di chi ha davanti un orizzonte senza meta.
Il protagonista del grande romanzo ideale di Dylan è un uomo solo con la sua chitarra e l’armonica, poche parole affidate ad una voce roca e biascicata, eppure indelebili per come hanno saputo raccontare tutto ciò che un uomo comune si porta dentro, tra sconvolgimenti sociali ed esistenziali, solipsismo e prese di posizione collettive; Dylan è un lazzaro delle periferie di un’America che può essere in qualunque parte del mondo.
Sosteneva A. Rimbaud che non ha alcun senso scrivere per fare della letteratura: basta vivere, camminare e lasciare una traccia delle domande che ci siamo posti lungo il cammino. In queste riflessioni sembra di ascoltare la voce di Dylan che canta di vite precarie, come una pietra che rotola verso destinazioni sconosciute, mentre un uomo percorre la sua strada per cercare risposte soffiando nel vento.
Affidiamo al vento anche il dilemma su Dylan, Fo e la loro opera che, forse, di un premio Nobel alla letteratura non aveva alcun bisogno.

redazioneIconfronti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *