De Giovanni: Maradona, ovvero il limite che sapeva vincere

De Giovanni: Maradona, ovvero il limite che sapeva vincere
di Andrea Manzi

A volte i vecchi taccuini favoriscono il recupero di incontri lontani e dimenticati. Altre volte consentono di raccontare il tempo andato come se fosse il tempo presente. In altre circostanze, il tempo addirittura scompare e pensieri e storie annotati vivono in sé, a prescindere dalle date. Gli stralci della conversazione che seguono sono tratti da un incontro (“a-temporale”) con Maurizio De Giovanni, il padre del commissario Ricciardi, quando si cominciava appena ad intravvedere la sua popolarità di scrittore. Era l’inizio del 2010. Partimmo dall’immagine di Napoli sfigurata dall’emergenza-rifiuti e il lungo colloquio recuperò il volto di una città prodigiosamente viva nonostante l’assillo delle sue logoranti contraddizioni. Dalle risposte emerge la libertà e la sofferta identificazione con cui De Giovanni s’insinua in una storia complessa e contraddittoria.

 

 

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Lo scrittore Maurizio De Giovanni
Lo scrittore Maurizio De Giovanni

«È tutto sommerso, la città pullula di attività senza controllo. L’emergenza rifiuti è lo specchio dei nostri quartieri, che sono il ventre molle delle difficoltà. Se a tutto questo aggiungiamo il controllo criminale, capirà che parlare di differenziata è una contraddizione in termini».

Il sindaco ha legato la maglia nera di Napoli per la qualità della vita ai fondi esigui che lo Stato destina a Napoli.

«I fondi rappresentano l’ultimo aspetto del problema. I rifiuti sono espressione di un territorio che non è a disposizione della società civile. Per questo motivo innanzitutto siamo nel degrado. È come se in una delle nostre case borghesi vi fosse il gabinetto otturato e nessuno si occupasse di farlo riparare».

Soluzioni?

«Recuperare il territorio, ma è difficile farlo con la nostra borghesia assente. I salotti di Napoli non hanno finestre».

Borghesia assente, lei dice. C’è anche chi la definisce immobile.

«A pensarci bene, non direi né assente né immobile. Piuttosto la vedo silente. È una borghesia che non vuole avere voce in capitolo e vive ripiegata nel suo circolo chiusissimo. Si tratta di poche migliaia di persone che puntano alla semplice sopravvivenza, non prendono posizione, magari mandano i figli fuori sperando di metterli in salvo».

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Un quadretto poco incoraggiante.

«I napoletani parlano dei napoletani in terza persona. Non dicono “noi” perché non hanno più cognizione della collettività. L’altro è diventato un nemico. I tassisti si rivolgono ai napoletani, dicendo ‘sta gente».

C’è differenza a Napoli tra cittadini e amministratori? O, come diceva Salvemini, sono tali e quali?

«La borghesia napoletana non elegge i propri rappresentanti, ma lascia che siano eletti. Non sceglie, lascia piuttosto che il destino si compia ».

È da auspicare un maggiore coinvolgimento dei napoletani in politica?

«Direi che è essenziale, la politica può e deve essere un motore, un lievito. È sbagliatissimo astenersi dal partecipare. Ostinarsi nella propria supponenza culturale o in una difensiva verginità intellettuale non serve a nulla. Così non gestiremo mai nulla. Le mani pulite non sono quelle che non lavorano, ma quelle che si sporcano in maniera sana».

E si ritiene che sia meglio non immischiarsi.

«Sì, ma in questo modo lascio ad altri la mia vita».

La cultura avrebbe potuto modificare le cose?

«Anche nella cultura, a Napoli, non è riuscita ad imporsi la regola dell’alternanza, piuttosto si è consolidata la logica della permanenza e si sono sclerotizzate le clientele. Se do in gestione una struttura per tre decenni a qualcuno, quello la condurrà come una cosa propria. A proposito di cultura, c’è un altro tema scottante”.

Lo dica.

“Siamo pieni di luoghi comuni: discutono di Napoli figure simbolicamente rilevanti che non hanno più alcun rapporto con la città, personaggi che andarono via decenni addietro e che fanno una puntatina a Posillipo ogni sei mesi».

Molte di quelle icone appartengono al mondo della letteratura, tuttavia sono tanti gli scrittori come lei che sono rimasti. Siete una realtà vivacissima.

«Realtà vivace e dinamica nonostante a Napoli non vi sia una casa editrice di rilevanza nazionale e non esista nemmeno un’agenzia letteraria degna di questo nome. Carenze a parte, in città vi è un nutrito gruppo di scrittori che riesce a stampare e a proporre i propri lavori in tutta Italia e anche all’estero».

L’altra faccia della borghesia silente, un’antitesi.

«Qualche anno fa il Premio Napoli chiese agli scrittori di Napoli, che avevano una visibilità nazionale, di illustrare con un proprio racconto un monumento della città. Ognuno di noi diventò la “guida” che presentava ai visitatori un bene storico o artistico. Io scelsi il San Carlo. Nonostante gli impegni di molti scrittori, ci trovammo in 55».

Napoli che cosa rappresenta per la narrativa?

«Un genere letterario. Basta entrare in qualsiasi grande libreria italiana e si trova lo scaffale su Napoli, narrativa, saggi e proposte varie. Un po’ siamo stati favoriti dal fenomeno Gomorra, che ha fatto da spartiacque. C’è infatti un prima e dopo Gomorra, una sorta di periodizzazione direbbero gli storici. Le case editrici nazionali ci cercano, ormai è un dato, segno che abbiamo un mercato».

Ma non è stato sempre un po’ così? Agli scrittori napoletani anche di altre generazioni non è mai mancato il lancio nazionale.

«No, prima Napoli non era un genere letterario o un argomento di trattazione ma soltanto uno sfondo. E, poi, in altri periodi c’era una profonda rivalità tra gli scrittori, penso ai tempi della Ortese, di Rea, Prisco, Pomilio, Compagnone. Quella fu l’era dell’arcipelago letterario napoletano. Ogni scrittore era un’isola e nessuna sfiorava l’altra. Oggi, tra noi, c’è osmosi, buona considerazione e, in molti casi, anche sincero affetto. Siamo consapevoli di far parte di un contesto. Non avremo il talento e le punte di eccellenza di un tempo, ma dialoghiamo, siamo una comunità e alle presentazioni di uno ci trovi anche gli altri. Un tempo sarebbe stato impensabile».

Si considera un intellettuale?

«Assolutamente no, chi fa narrativa racconta la città che ha dentro. Io ho inventato una storia accattivante, tutto qui. Noi scrittori non siamo maestri di niente, semplicemente raccontiamo. Mi fanno un po’ ridere gli scrittori che si atteggiano a guru».

Lei racconta anche lo sport. C’è un’epica del Napoli alla quale spesso dà il suo contributo.

«Lo sport è l’unica grande passione collettiva sopravvissuta al venir meno delle ideologie, inoltre è una passione gioiosa».

Perciò Maradona ebbe buon gioco?

«Maradona fu il simbolo di come sia possibile la vittoria, nonostante la condizione svantaggiata di partenza. Era un oppresso, ma primeggiava nonostante tutto. Sì, direi che era il “signor nonostante”».

Signor nonostante?

«Il limite che vince».

Quale è il peggior male che si può fare a Napoli?

«Andare via, far allontanare i propri figli. Questa città è perennemente moribonda, ma non è morta. Morirerebbe, però, se rinunciasse ai giovani».

Che cosa è doveroso fare?

«Coltivare, conservare e proteggere le eccellenze».

Le eccellenze ci sono, quindi.

«Quello che non è eccellente a Napoli muore».

Anche voi scrittori vi considerate eccellenti?

«Se non fossimo bravi, non ci salveremmo senza editoria».

Nei giacimenti della città, par di capire, sono tanti i valori sommersi.

«E bisognerà farli emergere. Fino ad oggi la regola dell’emersione è stata spesso la casualità».

La casualità?

«Certo, parlo del mondo letterario. A Bari c’è Laterza, a Palermo Sellerio, a Napoli manca un grande, non c’è uno scouting ed è un peccato perché vi sono autori bravissimi che purtroppo non riescono ad emergere. Io sono la prova della casualità della scoperta. A cinquanta anni diedi alle stampe un libro, edito da un piccolo editore. Il direttore del Centro Rai di Napoli Pinto non stava bene, era a casa, a letto. Lo lesse perché ne ebbe il tempo, gli piacque e, senza conoscermi, lo propose a Fandango. Da lì comincia la mia avventura, che continua con positive e costanti conferme. Da poco ho firmato un contratto con Einaudi…».

Chissà perché nessun editore napoletano decide di fare il passo importante ed accreditarsi a livello nazionale?

«Probabilmente non hanno voglia di investire, in genere sono librai che non desiderano affrontare i problemi della distribuzione nazionale. Ciò non significa che non facciano cose interessanti, anzi. Penso al mio piccolo editore dei libri sul Napoli, che si chiama Cento Autori».

Lei non si sente un intellettuale, e va bene. Ma che pensa di chi dice di esserlo o lo è per davvero? «Non vado a votare dal 1993, e sa perché non vado? Perché non voglio votare contro, mi rifiuto di turarmi il naso e scegliere il meno peggio».

(…)

In conclusione, nonostante la drammaticità del momento, verrebbe da dire che è comunque inutile se non controproducente il catastrofismo intellettuale di molti napoletani.

“Ciascuno è legittimato a dire la sua, per carità, ma mi auguro tanto che non si dicano fesserie, sia che si tiri in ballo la pizza e il mandolino sia che si parli di camorra. Nessuno può avere la pretese di essere detentore della verità”.

Lei si sente napoletano?

“Mi sento essenzialmente napoletano, sono innamorato della mia città: è un sentimento inclusivo quest’amore, dal quale non tengo fuori nessun aspetto. Non posso prendere le distanze da nulla, proprio da nulla, da Petru, dalla letteratura, dalla musica, dalla camorra, da Bacioterracino, non posso scavalcare nessuno, nemmeno i cadaveri che sono sulla nostra strada, sono napoletano”.

(…)

 

redazioneIconfronti

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