De Girolamo non è la sola

De Girolamo non è la sola
di Andrea Manzi
Il ministro Nunzia De Girolamo
Il ministro Nunzia De Girolamo

Il caso della ministra sannita Nunzia De Girolamo propone, alla vigilia dell’ipotizzato rimpasto di governo pilotato dal Colle, un’opportuna riflessione sulla deriva oligarchica della nostra democrazia. La vicenda pone infatti all’attenzione pubblica, oltre l’irritualità dell’intercettazione domestica subita dalla parlamentare ad opera di un collaboratore “infedele”, il tema del basso profilo della classe dirigente, incapace di cogliere la domanda di riqualificazione istituzionale che sale dai cittadini provati per la crisi.

Le affermazioni carpite alla ministra dimostrano che non vi è soluzione di continuità tra la prima e la seconda repubblica, giacché l’interesse generale appare totalmente offuscato, ora come allora, da una logica accaparratoria che punta a rafforzare posizioni lobbistiche. L’aguzza affermazione (della De Girolamo) “A Benevento comandiamo noi” evoca molto da vicino il gaudente e pacioso mondo di “A Fra’ che te serve”, buongiorno rassicurante con il quale l’imprenditore Gaetano Caltagirone salutava, all’inizio di ogni telefonata, il senatore Franco Evangelisti negli anni dell’epopea andreottiana. Una mentalità grossolana ha sfidato il tempo e continua ad ispirare comportamenti di una politica senza idee e di una democrazia senza più popolo.

I partiti hanno cambiato nome, le leggi elettorali non sono più le stesse ed anche la Costituzione materiale ha ottenuto il riequilibrio di alcuni poteri dello Stato, con esiti spesso discutibili. L’impreparazione e l’inadeguatezza dei politici appaiono, però, immodificate, probabilmente perché i tentativi di rinnovamento sono stati ispirati dagli stessi partiti che, da decenni, sono diventati agenzie di consenso in via di dismissione, abili nel travestimento e nell’autoconservazione, ma incapaci di alcun creativo contatto con il corpo elettorale.

In linea di coerente continuità con la prima repubblica da cui origina, il berlusconismo ha poi fatto il resto, selezionando i propri dirigenti pubblici in aree rigorosamente apolitiche, riferite a dimensioni aziendali o a trame di relazioni personali del capo. Si è costruito un mondo dove il dare e l’avere (anzi, il dare per l’avere) costituisce l’unica effettiva funzione del lavoro istituzionale. Una modalità di agire divenuta trasversale, che ha degradato ulteriormente destra, sinistra e centro. Rispetto ai vecchi partiti della prima repubblica, è cresciuta la disinvoltura gestionale, senza che del passato sopravvivano gli standard di esperienza e competenza ai quali eravamo abituati. Sono nati così i nuovi satrapi del contado italico che tengono sequestrata la libertà di interi territori, personaggi fatui ma senza scrupoli che, con sistemi elettorali diversi dalla cooptazione amicale, non metterebbero insieme nemmeno i consensi per sedere nel consiglio comunale del loro paese.

Una nuova legge elettorale non inserita in una vasta riforma dello Stato non risolverebbe l’attuale emergenza, ma un aiuto potrebbe venire dalla piazza, quella pacifica e civile s’intende. Se si riuscirà a trasformare, infatti, la collera popolare in energia politicamente riconvertibile la scena cambierà. Agli abusivi dell’attuale, goffo teatrino, tipo il ministro Nunzia De Girolamo (ma è solo un caso, il suo, in un panorama nel quale c’è molto di peggio), si farebbe capire, con impaziente e cordiale intolleranza, che è venuto il tempo di dedicarsi alle faccende della loro precedente vita, lasciando il campo politico a coloro che ne hanno facoltà.

(I Confronti per Le Cronache del Salernitano)

redazioneIconfronti

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