Lun. Ago 19th, 2019

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De Luca, Cenerentola, Salerno e la “cantonata” di Repubblica

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Impegnato lavorativamente in “Cenerentola, una favola in diretta” per la regia di Carlo Verdone (foto) e la direzione di Gianluigi Gelmetti, progetto ideato e prodotto dalla Rada film di Andrea Andermann, in coproduzione con la Rai, mi sia consentito rispondere con un po’ di ritardo allo stimabilissimo Francesco Canessa, storico critico musicale de Il Mattino e in anni gloriosi anche sovrintendente del San Carlo.
di Alfonso Liguori*

Impegnato lavorativamente in “Cenerentola, una favola in diretta” per la regia di Carlo Verdone (foto) e la direzione di Gianluigi Gelmetti, progetto ideato e prodotto dalla Rada film di Andrea Andermann, in coproduzione con la Rai, mi sia consentito rispondere con un po’ di ritardo allo stimabilissimo Francesco Canessa, storico critico musicale de Il Mattino e in anni gloriosi anche sovrintendente del San Carlo.
Il 3 giugno, infatti, su Repubblica-Napoli, Canessa ha scritto che nella Cenerentola televisiva la sperimentata e proficua “formula “l’opera sui luoghi dell’opera” in questo caso è stata accantonata. La vicenda di Cenerentola, così come la raccontano Rossini e il suo librettista Ferretti, si svolge infatti a Salerno, non a Torino.”
Riassumendo, Canessa basa la sua disamina su due punti: da un alto una didascalia del libretto, dall’altro il dato, incontrovertibile, che le precedenti produzioni di Andermann hanno contribuito, oltre che alla diffusione nel mondo dell’Opera italiana, all’incremento esponenziale delle presenze turistiche nei luoghi mostrati, e proprio per quest’ultimo motivo le istituzioni locali investono in tali operazioni. Per la traslazione da Salerno a Torino ci sarebbe dunque, a dir di Canessa, un sindaco che “c’è rimasto male”: Vincenzo De Luca.
Mi spiace molto dover contraddire il grande critico, ma stavolta prende una sonora cantonata.
Bisognerebbe, innanzi tutto, appurare se è vero che Vincenzo De Luca, così impegnato col Teatro Verdi e con le archi-star con cui è convinto di dare a Salerno proprio quella risonanza mondiale toccata agli altri luoghi investiti da tali produzioni tv (ma Roma e Parigi ne avevano bisogno?), se la sia presa per questa omissione.
Quindi bisognerebbe leggere bene le didascalie.
Scrive infatti Jacopo Ferretti all’inizio del libretto: “La scena, parte in un vecchio palazzo di don Magnifico, e parte in un casino di delizie del Principe distante mezzo miglio”.
Consideriamo, innanzi tutto, che il patrigno Don Magnifico è barone di Montefiascone, nel nord del Lazio; poi che Don Ramiro, principe di Salerno, è in viaggio alla ricerca della sua principessa, lontano da casa, lontano al punto da arrivare a Montefiascone. È realisticamente ipotizzabile che il principe arrivi a Montefiascone, prenda con sé le sorellastre per andare a un ballo a Salerno, che a quel ballo arrivi dopo poco Cenerentola, e che questa faccia in breve ritorno alla casa dove poi il principe la ritroverà? Il tutto nel giro di una giornata e con i mezzi di trasporto non certo odierni visto che il più gettonato nell’opera è la carrozza? Credo proprio di no, e senza nemmeno stare a considerare altri dettagli della storia.
È quindi evidente che la seconda parte della didascalia, quella relativa al “casino di delizie del Principe”, si riferisca ad un luogo distante mezzo miglio dalla casa del barone, non da quella del principe, un casino di delizie che questi potrebbe, ad esempio, aver preso in affitto; e Ferretti non presenta nemmeno una festa con invitati, ma solo con i cavalieri al seguito di don Ramiro, segno che la serata non è un gran galà, ma solo occasione per esaminare la futura sposa.
In conclusione, pare evidente che non siamo “al massimo a Vietri”, come scrive Canessa, ma ad un chilometro circa da Montefiascone. Se c’è qualcuno che forse può risentirsi è il sindaco della cittadina laziale.
La domanda che lo studioso, credo, debba porsi è: perché Salerno?
Ripropongo la risposta che mi son dato, e che è stata pubblicata sul Corriere del Mezzogiorno: “Io credo che, forse, nella coscienza di quell’uomo dei primi dell’800 quale il nostro librettista era, c’era ancora il riverbero della Opulenta Salernum, un riverbero che rendeva la nostra piccola città un luogo esotico, mitico, ricco e splendente, come le fantastiche Illirie o Messine di Shakespeare, o le Indie di Goldoni, un luogo degno per il principe della favola più conosciuta al mondo”.
E chissà se è casuale che quella Cenerentola del 1817, sia preceduta da una tragedia del Foscolo, La Ricciarda, del 1813, che proprio a Salerno è ambientata. La scelta del “principe di Salerno” credo sia tutta del letterato Ferretti, Rossini, a differenza di ciò che pensa Canessa, c’entra poco, come poco c’entra il suo rapporto di lavoro con i Borbone, ché altrimenti avrebbe richiesto al suo librettista un principe di Napoli: a Gioachino serve una nobile figura, che sia di Salerno o di Rovereto, poco importa. 
Ma alla fin fine, perché il produttore Andrea Andermann ha scelto Torino?
Perché, innanzitutto, il progetto girava intorno ai festeggiamenti per il 150° dell’Unità, e perché dopo Napoli, Torino è l’unica città italiana che conti storicamente, in epoca rossiniana, una vera famiglia reale, dunque con regge e palazzi adatti all’operazione.
Mi aspetterei piuttosto che Canessa, invece di farsi curiosamente promotore della “salernitanità”, si chiedesse, non “perché non Salerno”, ma “perché non Napoli”, la sua Napoli. Che dipenda da una diversa disponibilità della politica locale?
Inutile chiederlo, la verità non la sapremo mai. Ciò che scrive Jacopo Ferretti, invece, è certo: atteniamoci a quello.

* aiuto regista di Carlo Verdone nella recente Cenerentola televisiva

 

1 thought on “De Luca, Cenerentola, Salerno e la “cantonata” di Repubblica

  1. Amico – nel senso più vero della parola – con Alfonso Liguori, ma più antica la conoscenza con Ciccio Canessa con cui i ricordi si perdono su un motoscafo (il suo) a largo di Sorrento, quando io bambino giocavo con sua figlia Susanna. Napoletano io, napoletano Canessa, salernitano Liguori. E proprio questo particolare mi invita a strizzare l’occhio a Liguori che “emigrato” culturalmente (oltre che fisicamente) nella capitale più di qualche anno fa, sfodera nel suo scritto mente sgombra da campanilismi, mentre la gaffe (eh sì, trattasi proprio di gaffe!) di Canessa è vincolata (nella nostra città non faticherebbero a dire: giustificata) a quella mentalità viziata da napoletanismi sempre pronti a mostrare il lato più piccino della più nobile napoletanità. Canessa è critico troppo scrupoloso per lasciarsi sfuggire una didascalia essenziale: non vorrei che il suo pensiero, più sentimentale che riflessivo, sia nato da una proto-offesa dovuta a un’eclusione del Regno delle Due Sicilie dal progetto in mondovisione di Andermann. Oltretutto nella patria di una ormai mitica “gatta” desimoniana, non appare impellente relegare alle proprie province una scialba Cenerentola diretta da Verdone.

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