De Luca compia un bel gesto

De Luca compia un bel gesto
di Andrea Manzi
Andrea Manzi
Andrea Manzi

La scure del pm si è abbattuta pesantemente su quel che resta dell’immagine dell’imputato Vincenzo De Luca. Più che i tre anni di reclusione richiesti, colpisce, nella ricostruzione del pm, che il sindaco abbia approfittato della fiducia del governo, in qualità di commissario dell’emergenza rifiuti con la delega alla costruzione del termovalorizzatore in località Cupa Siglia, per nominare project manager un suo fedelissimo privo di titoli adeguati (è un dato formale, secondo la Procura, non soggetto ad interpretazioni o sofismi), con un onorario previsto che avrebbe raggiunto 510mila euro se l’opera fosse stata realizzata (20mila euro di acconto furono prontamente liquidati, da cui l’accusa di peculato). Sono dati di fatto per l’accusa. E non depongono proprio bene, ci va di aggiungere, per il primo cittadino più censore d’Italia, che sarà ricordato per le sue grossolane intemerate.

Certo, una requisitoria non è una sentenza, un imputato va considerato sempre con il rispetto che il dubbio impone: negli ultimi tempi, peraltro, la magistratura giudicante, a livello nazionale, ha ribaltato frequentemente le tesi accusatorie delle Procure con inusitati rovesciamenti, che hanno creato disorientamento e diffidenza nell’opinione pubblica. Nulla da anticipare o pre-vedere, quindi, soprattutto per rispetto di un ordine dello Stato che si esprime nella dialettica del processo, con i tempi che lo stesso stabilisce e attraverso quel libero convincimento che è garanzia di autonomia di giudizio.

C’è però una valutazione politica che non può essere taciuta e che riguarda l’autunno politico di un sindaco che, ormai da anni, soprattutto da quando il suo seguito si è assottigliato e il suo carisma infranto anche per evitabili incidenti di percorso, sta segnando con troppe evidenze giudiziarie il suo malinconico tramonto, dal bizzarro vaudeville dell’incompatibilità negata (per poter reggere le due poltrone di sindaco e di sottosegretario) alla storia del Crescent, giunta ad un punto di parossistico incaponimento per l’assoluta indisponibilità del primo cittadino al confronto con le minoranze e con la società libera e autonoma dagli sgradevoli controlli dei suoi scherani.

Non è necessario, tuttavia, tirare in ballo l’ultima severa valutazione della Procura per formulare giudizi su questo corso della storia cittadina, che è talmente eloquente nella sua deriva illiberale da imporre una rilettura critica finanche della legge sull’elezione diretta dei sindaci, che nel ’93 mutò la forma di governo dei Comuni, passando dal vecchio modello “parlamentare” a quello “presidenziale”. Le deformazioni (ovviamente anche i benefici) che ne sono scaturite sono sotto gli occhi di tutti e le critiche ormai dilagano, perché all’ombra dei campanili sono stati creati e vengono alimentati, a Salerno come in altre aree a rischio democrazia, potentati politico-lobbistici rispetto ai quali impallidiscono i logori centri di poteri della prima repubblica. Sono scomparsi il reciproco controllo tra le forze politiche, le interdizioni talvolta salutari che in passato riuscivano a bloccare vistose ingiustizie o ruvidi provvedimenti clientelari e le gestioni attuali sono in alcuni casi da monarchia totalitaria. Chi è fuori dal perimetro del potere è un nemico da abbattere, una voce da spegnere. Tra l’altro, la legge avendo previsto la netta separazione tra funzioni di indirizzo e funzioni amministrative ha inteso garantire che i provvedimenti del sindaco e di altri organi politici non debbano invadere la gestione della macchina comunale, demandata ai dirigenti, tant’è che il primo cittadino può stipulare accordi di programma e non contratti. Quando però il senso etico di un’amministrazione comunale scompare e la classe dirigenziale diventa un disciplinato gregge di suoi affiliati saltano tutte le regole, perché la discrezionalità si insinua attraverso l’invisibile ma assoluto comando del capo o grazie alle deroghe previste dai troppo ricorrenti regimi commissariali.

Il problema è quindi di trasparenza e di libertà, ma anche di etica da parte di quanti detengono il potere locale.

De Magistris è a casa per un abuso d’ufficio.

L’ipotesi di reato che investe De Luca è molto più grave.

Sarà bene attendere la sentenza e, in caso di condanna, il destino del sindaco sarà segnato.

Sarebbe però bello se, prima della decisione, parlasse la coscienza di Vincenzo De Luca e affermasse un rigore etico che la città apprezzerebbe. Purtroppo il passato non lascia ben sperare.

Ricordate le intercettazioni tra il sindaco e innumerevoli suoi potenti interlocutori che, alcuni anni fa, furono dapprima dichiarate inutilizzabili (De Luca ottenne in Parlamento un decisivo soccorso “tricolore”) e poi distrutte?

Una coscienza civile elevata avrebbe dovuto pretendere la diffusione di quelle conversazioni, per diradare un’ombra che è rimasta purtroppo sulla città come una cappa inquietante. Ma la storia racconterà altro e questa rimarrà un’utopia.

 

 

 

 

 

redazioneIconfronti