De Luca, Cosentino e l’ora delle ombre

De Luca, Cosentino e l’ora delle ombre
di Andrea Manzi
Andrea Manzi
Andrea Manzi

L’accordo che il sindaco De Luca avrebbe raggiunto in vista delle Regionali con il gruppo politico che fa capo all’ex sottosegretario forzista Nicola Cosentino, in carcere per presunti legami con la camorra, lascia molto perplessi. La notizia dell’intesa, diffusa da un sito napoletano e rilanciata ieri dal quotidiano Cronache del Salernitano, non è stata smentita: conserva, quindi, la propria verosimiglianza ai fini di un commento. Nessun intento moralistico, per carità, né comparazioni con il passato, anche se queste ultime avrebbero un fondamento per l’inclinazione a rapporti audaci del sindaco di Salerno. Non è un mistero che nel ballottaggio con Alfonso Andria, avvenuto nella primavera del 2006, fu decisivo il contributo elettorale offerto da Nicola Cosentino a Vincenzo De Luca. Nella successiva campagna elettorale per le Comunali lo confermò lo stesso politico oggi agli arresti, e anche allora non vi fu alcuna smentita dal palazzo d’inverno salernitano. Non è tuttavia il caso di rivangare corsi e ricorsi della tormentosa politica della “città europea” del sindaco De Luca, sulla quale la storia potrebbe chiarire gli enigmatici percorsi. L’osservazione che ci sovviene è relativa soltanto al primato regolativo della politica e alla sovranità della legge, negletti da qualche decennio nella caliginosa urbe di San Matteo. Ebbene, da questa inquadratura, Salerno sembra aver vissuto una “rivoluzione” della democrazia, degenerata da area di sovranità della legge – per dirla con Bertrand de Jouvenel – a città diffusa di un’ingannevole sovranità del popolo. De Luca, così come Berlusconi in ambito nazionale, propugna un interventismo globale della politica, incurante dei conflitti che tale impostazione determina. In altri paesi, democrazia rappresentativa e sovranità della legge ritrovano la propria coesione in una politica regolativa e progettuale, come la storia d’Europa quotidianamente dimostra. Gli attacchi ai giudici di Berlusconi e la spocchiosa sufficienza con la quale De Luca incassa gravi provvedimenti giudiziari destinati a sé e ai suoi cari la dicono lunga su questa deriva, che allontana ulteriormente Salerno e l’Italia dal tanto evocato vecchio continente dei primati e delle distinzioni. L’Europa conferma la centralità della giurisdizione, che diventa l’arbitro indiscutibile di nodali questioni esistenziali per la democrazia: dalla legalità nel controverso mondo finanziario e della pubblica amministrazione al riconoscimento dei diritti della persona, alla tutela dei diritti umani, alla ridefinizione della cittadinanza, ai conflitti determinati da opposte convinzioni sulla bioetica. Le democrazie crescono, cioè, sulla scia dello sviluppo della giustizia, che solo in Italia appare minimizzata da un’improvvida strumentalizzazione della volontà popolare. “Mi votano? Non ho, quindi, più colpe e se anche le avessi il lavacro elettorale mi avrà purificato”. Questo malfermo sillogismo, entrato come una maledizione nella storia democratica di Salerno così come nella tele-vedente civiltà del Biscione, porta a immaginare che la domanda per i diritti negati possa evitare le Corti ed essere gestita nei palazzi, perché assegnata dal voto popolare al potere di personaggi “legibus soluti”. Questi ultimi, a causa di una patologica idea di democrazia, sono indotti ad agire e a resistere per il solo motivo di averne titolo. Quel titolo, nella loro tesi, è un voto che, come taluni accordi evidenziano, matura talvolta in territori più di confine che di cittadinanza.

redazioneIconfronti

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