Mar. Giu 25th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

De Luca, l’eros e la neolingua del suo regime

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di Andrea Manzi
di Andrea Manzi
Il sindaco di Salerno De Luca
Il sindaco di Salerno De Luca

La politica performativa del sindaco di Salerno punta costantemente all’altrove spettacolare. Dopo i confronti serrati con gli extracomunitari e le rabbiose polemiche con le prostitute (esilarante il corpo a corpo fisico di qualche anno fa con una di loro, in cui ebbe la peggio, con relativa rottura degli occhiali), il sindaco inganna l’attuale civica asprezza verso il suo gelido palazzetto d’inverno, indossa gli abiti dello sceriffo di Nottingham, associa Salerno alla foresta di Sherwood e lancia sinistri messaggi a padri e mariti che frequentano le donnine in servizio sulla litoranea. La prostituzione, si sa, è un’attività che non lega con il suo eticismo ariano-lucano-longobardo. Come arginare, quindi, il più antico mestiere del mondo? “Avviseremo le famiglie”, giura con piglio savonaroliano a quanti frequentano la strada del piacere. Più che un messaggio, le sue parole suonano come minaccia di un incendiario regolamento di conti familiare. Una rissa di cortile tra mariti fedifraghi, mogli tradite e figli delusi, secondo le dinamiche del nuovo, post-moderno (o vetero-arcaico, a seconda dei gusti) galateo psico-patopolitico-bordellesco in salsa goldoniana. Al di là della improponibilità di tali iniziative, tassativamente escluse dalla legge oltre che dal buon senso (e dalla decenza, verrebbe da aggiungere), c’è da interrogarsi su come sia possibile che queste caserecce invenzioni possano maturare in una mente sorretta da pensiero logico e, quindi, normodotata. Le personalità narcisistiche, per esistere, è vero, puntano a stupire, e inscenano le loro trame con glaciale determinazione, specie se avvertono di dover liberare la propria immagine dal silenzio nel quale l’hanno sospinta gli interminabili tempi di permanenza sulla scena. E la decadenza, si sa, è un incubo invalidante del sindaco, tanto che nemmeno le sentenze riescono a persuaderlo della inesorabilità di tale universale condizione.

Esiste, però, un’altra chiave di lettura, stavolta ideologica e politica, della scelta di voler risarcire con indomito fragore la morale pubblica violata dai clienti delle prostitute. In premessa, va detto che il sindaco, accecato dalla rabbia, non distingue ruoli e presenze sulla scena dell’antichissima pratica che già nel VI secolo a.C. il mite Solone trasformò in professione, insediandola nel primo bordello della storia, pratica per la quale quel fine linguista che fu Niccolò Tommaseo fissò una distinzione netta tra meretrice e prostituta, concludendo che soltanto la seconda “si mette in mostra e provoca a sozzure”. Ebbene, nella spirale dell’eros disturbante, il sindaco infila tutto e poi ci va a mettere il suo occhio giustiziere, non quello sociologico, distaccato e freddo che in questi casi andrebbe aperto, ma l’altro furtivo e pruriginoso del delatore pubblico, antagonista e scassa-famiglie. È molto strano che tutto ciò avvenga nell’utopica neo città (europea) del sole e dei proclami, dei clientes e degli illuminati costruttori al potere, di cui le cronache di regime decantano gesta e splendore. Quelli prefigurati da Vincenzo De Luca sembrano piuttosto scenari orwelliani del genere letterario distopico (il contrario di quello utopico-ottimistico di Moro e Campanella), e paiono annunciare la nascita di una neo-lingua istituzionale morbosamente compiaciuta e invasiva, in linea con i facili effetti della politica spettacolo in scena sulla direttrice Arcore-Genova-Firenze-Salerno.

Una deriva di tale natura è palesemente incompatibile, però, con qualsiasi racconto o progetto autenticamente riformatore del tempo presente. Era così anche per Orwell. Sessantacinque anni fa – nel 1949, per la precisione – l’autore di “1984”, incalzato dalle critiche, dichiarò a scanso di equivoci la sua fede nel socialismo democratico e in particolare, a proposito del suo celebre romanzo, chiarì che esso non era da intendere come “attacco al socialismo”. L’occhio che spiava le coscienze e il privato dei cittadini simboleggiava “una denuncia delle perversioni… parzialmente realizzate nel comunismo e nel fascismo…”. Esisteva cioè in quegli anni un clima di tale pessimismo (era finita da poco la guerra) da aver fatto declinare ogni fiducia nel positivismo e nelle ideologie. I sistemi illiberali tentavano così rabbiosamente di fagocitare le coscienze, mettendo in campo l’imperscrutabile “grande fratello”. E, anziché convincere, catturavano anime e pensieri con il mendacio e il terrore. È la legge dei regimi duri a morire, che indossano le maschere di ogni tempo per nascondersi sotto il cerone. Ora come allora.

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