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De Luca, sotto il “vestito” niente

De Luca, sotto il “vestito” niente
di Andrea Manzi

Sono francamente patetici gli sforzi di mantenere in piedi, su un vacillante piedistallo di foglie ingiallite, il personaggio di Vincenzo De Luca, ormai divenuto una sagoma politicamente inattuale. La sua foto di fronte a Luigi Di Maio – in occasione dell’incontro istituzionale volto a salvare il salvabile delle Universiadi, condannate dalla letargia regionale – ha indotto giornali e tv a riproporre la venerabile abitudine del commento giornalistico, sinonimo (un tempo) di eccellenza editoriale. I commenti dovrebbero esprimere opinioni, interpretazioni acute e colte, intimamente legate al fatto da cui originano, per scoprirne le radici, attingendo alla sua profondità sommersa, associando l’evento raccontato alle traiettorie proiettive dell’intelligenza dei lettori. Per elaborarli, infatti, sono stati sempre schierati i cosiddetti “cronisti rilegabili”, giornalisti capaci di scrivere libri e di passare indenni dall’edicola allo scaffale. Acume, intelligenza, radici, sense of humor sono quindi le loro armi e non la dilatazione di un’ovvietà rilanciata dai social; vale a dire, in questo caso, l’incontro di due nemici politici che si stringono la mano dopo essersene dette di tutti i colori e aver rivelato bieco antagonismo e una culturale “rustica progenie” che, mai come ora, “semper villana fuit”. Dove sarebbe dunque la notizia da commentare? Il germe dell’ironia dovrebbe annidarsi nella dissimulazione della vera natura di un fatto o nella sua alterazione paradossale; dovrebbe trovarsi nel sezionamento di un accadimento, da cui nasce, per contrasto o analogia, la rilettura arguta, crudele o bonaria di un evento. Una formula che, se applicata, renderebbe i giornali meno grigi, suscitando sorrisi pensanti. Notizie e ironia, quindi, non derivano certo dall’inseguimento della rete: un errore tanto più grave, tra l’altro, anche (e soprattutto) in termini concorrenziali.

C’è da aggiungere che la politica non vive più di contrasti programmatici o ideologici, ma di aspre contrapposizioni tra figure mediocri, esaltate da un’insistita attenzione mediatica, che crea busti e piedistalli anche laddove il soggetto è solo un burattinaio o un manichino, per nulla statuario.

De Luca con il figlio Piero, oggi parlamentare

De Luca con il figlio Piero, oggi parlamentare

Il caso De Luca, in proposito, è emblematico: il governatore magnifica il proprio operato a suon di tromba, ma la Regione è al palo su fondi Ue, trasporti, rifiuti, sanità e cultura. Qualche esempio: dopo la messa in mora dall’ex ministro De Vincenti (Pd), la Campania perderà 600 milioni dell’Europa, se non li spenderà entro il 2018; le sue linee di trasporto (treni e autobus) sono tra le peggiori d’Italia; la balla propagandistica sullo smaltimento in tre anni dei 6 milioni di ecoballe echeggia fra i 5 milioni e 300mila tonnellate che, dopo due anni, ancora ne restano; ogni cittadino campano sa che, grazie a una sanità “da campo” e politicamente militarizzata, nella regione (in)felix vi è l’aspettativa di vita più bassa d’Italia. Aggiungiamo che il centro trapianti del Monaldi continua a essere chiuso, mentre banali picchi influenzali ripopolano il Cardarelli di barelle fin nei bagni (“con me mai più barelle!” profetizzò De Luca …) e che in tutta la regione  seguita a non esistere una sola Stroke Unit (l’unità ictus). Ragion per cui i 5 Stelle ritengono non più rinviabile il cambio del commissario (ruolo attualmente rivestito dal roboante governatore), affidando la salute pubblica a esperti non ispirati da logiche clientelari. Infine, proprio l’altro giorno la classifica Censis ha evidenziato che le università campane sono le peggiori del paese. Badate bene: peggiori non per la ricerca e la didattica – settori nei quali, anzi, si segnalano significative eccellenze, soprattutto tra Salerno e Napoli – ma per i servizi, tutti o quasi di derivazione regionale. E, nello stesso giorno, De Luca è stato costretto a richiedere lo slittamento di un anno per le Universiadi perché, fino a oggi, la Regione ha impiegato tempo ed energie per contemplare il suo Cesare Augusto: così per quest’evento internazionale si profila all’orizzonte l’ennesimo accentramento commissariale dei poteri organizzativi.

Ma, a fronte di questo quadro drammatico, di De Luca vive la finzione scenica, in ossequio a una datata politica dell’immagine che devasta la coscienza civica da più di un ventennio e, con i suoi messaggi “caldi”, nasconde la realtà e nega la cronaca. Nasconde e nega, laddove l’impegno etico, anche di noi giornalisti, sarebbe di far conoscere l’abisso nel quale siamo precipitati, tutti, senza esclusione. Il sapere è logos non pathos, né c’è spazio in Campania per ironie e sarcasmi improponibili. Eppure gli aficionados timonieri della carta stampata, insediati a guardia del prodotto, puntano sull’emotività e ordinano alle loro (incolpevoli) penne più briose di evitare che il rais sia perso di vista, che scompaia dai radar, tentando un aggancio impossibile tra l’artificio storico e il deluchismo di massa. O sermoni passati in blocco, quindi, o il commento scacciacrisi. Il gioco però è scoperto, perché De Luca, venuti al pettine i nodi della sua gestione della Regione, sta diventando un personaggio in cerca d’autore, sottratto a ogni adattamento per carenza di legittimazione. Così come ad altri, il rilevante potere di imbonitore gli è cascato addosso per averne troppo abusato: gli elettori lo hanno cancellato in casa sua (colpendolo finanche negli affetti), ricordandogli implacabilmente ch’ei fu. Anche Crozza lo ha mollato. Unica sua amante fedele resta la stampa locale, che si ostina nell’accanimento terapeutico per tenerne in vita la maschera consunta. E, così facendo, adotta una scelta più privata che professionale, figlia forse della necessità (“signo’, io tengo famiglia…”).

 

 

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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