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Democrazia armata, anche il taser alla polizia

Democrazia armata, anche il taser alla polizia
di Gennaro Avallone

È arrivato anche l’uso della pistola taser alla polizia. Dopo avere regalato la cultura e il sentimento nazionale al razzismo, il governo a guida Gentiloni-Minniti ed il Partito democratico hanno concluso l’opera armando in modo ulteriore la polizia, portando ad un livello ancora più alto la politica del decoro. Pagheremo per anni le conseguenze di tutto ciò in termini di civiltà delle relazioni sociali, di diritto alla protesta, di delegittimazione del conflitto sociale, di esaltazione della sicurezza fisica a discapito di quella sociale. E di questa deriva il Partito democratico è il principale colpevole dal punto di vista politico.

Il 20 Marzo 2018 una circolare del capo della direzione centrale anticrimine della polizia di stato, prefetto Vittorio Rizzi, ha autorizzato la sperimentazione di questo tipo di pistola elettrica in sei città: tre nel Sud, Brindisi, Caserta, Catania, e tre nel Nord, Milano, Padova e Reggio Emilia. Si tratta di un’arma pensata per ridurre gli interventi corpo a corpo, che ha tuttavia un carattere controverso. Nel 2007, il Comitato contro la tortura delle Nazioni Unite la indicò tra le armi che possono essere una forma di tortura. Amnesty International l’ha individuata come un’arma che può avere effetti gravissimi, fino alla morte, anche se viene definita ufficialmente come non letale.

Gennaro Avallone

Gennaro Avallone

A quale logica risponde questa nuova dotazione per la polizia? Dal mio punto di vista, essa sta tutta dentro il primato che la politica di governo ha scelto di dare alla sicurezza fisica e all’accentuazione del carattere repressivo dello Stato e dei suo organi preposti all’ordine pubblico. Di fronte alla crisi economica che non accenna a finire e alle disuguaglianze sociali che non smettono di crescere, si è deciso che bisogna aumentare il potenziale di repressione dei comportamenti, individuali o collettivi, considerati lesivi dello stato di cose presenti.

Di questo obiettivo, fortemente conservatore, con caratteri reazionari, si sono fatti interpreti il Governo Minniti-Gentiloni e il Partito Democratico, che si è accreditato in maniera definitiva come partito di ordine, portando a compimento il percorso iniziato dal Partito comunista italiano con Ugo Pecchioli ministro dell’Interno ombra schierato, nella seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso, frontalmente contro i movimenti e le formazioni politiche alla sua sinistra.

Mentre è chiara la volontà di non dotare i membri della polizia dei codici individuali di riconoscimento e senza soste è stata l’ascesa a cariche sempre più importanti dei dirigenti della polizia protagonisti delle torture durante il G7 di Genova del 2001, la politica sceglie la strada della legittimazione dall’alto degli organi dell’ordine pubblico, dando ad essi ulteriori strumenti e, dunque, ulteriore potere.

Nessuna autocritica, nessun dibattito, nessuna marcia indietro. Nel paese delle morti nelle carceri, nei reparti psichiatrici e nelle stazioni di polizia, come è accaduto, tra gli altri, a Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino, Stefano Cucchi, Franco Mastrogiovanni, la tendenza a rafforzare dall’alto gli organi di polizia si accentua. Ed intanto c’è chi aspetta, da anni, giustizia per i suoi cari morti mentre erano in custodia presso sedi dello Stato: una giustizia che, forse, non ci sarà mai. E anche a questa attesa, anni ed anni di governo del Partito Democratico non sono riusciti a dare un briciolo di risposta.

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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