Lun. Giu 17th, 2019

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Di Fiore: il potere segua la cultura altrimenti il Sud soccombe

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«Sulle istituzioni culturali, purtroppo, c'è spesso una divisione tra neri e bianchi, grigi e rossi in base agli orientamenti di chi gestisce o sulla base dei programmi culturali. Il problema è proprio questo: la cultura è apertura mentale, non chiusura. Si possono non condividere determinate cose, ma non si può mostrare una totale chiusura nei confronti di ciò che è cultura».
di Barbara Ruggiero

«Sulle istituzioni culturali, purtroppo, c’è spesso una divisione tra neri e bianchi, grigi e rossi in base agli orientamenti di chi gestisce o sulla base dei programmi culturali. Il problema è proprio questo: la cultura è apertura mentale, non chiusura. Si possono non condividere determinate cose, ma non si può mostrare una totale chiusura nei confronti di ciò che è cultura».
Gigi Di Fiore, giornalista, saggista, studioso attento della camorra e del revisionismo del Risorgimento, inviato speciale de “Il Mattino”, si è fatto un’idea abbastanza chiara di come funziona la cultura a Napoli, di come spesso gli interessi di un singolo finiscano per danneggiare tutti, di come, purtroppo, si faccia un gran parlare di cultura ma si stenti a far decollare un progetto serio per il rilancio dell’immagine di una città e dell’intero Mezzogiorno.
Raggiungiamo telefonicamente Di Fiore mentre è in vacanza per chiedergli un commento a caldo sull’annunciata chiusura della biblioteca dell’Istituto per gli studi filosofici di Napoli.
Nei giorni scorsi, l’avvocato Gerardo Marotta ha annunciato la chiusura della biblioteca dell’Istituto per gli studi filosofici di Napoli: gli storici volumi dell’istituto si trasferiranno in un garage a Casoria. La notizia è suonata come una vera e propria sconfitta per la cultura. Lei che idea si è fatto di quanto sta accadendo?
In momenti di crisi, è triste doverlo affermare, si taglia di più e prima nei settori culturali. Non si tiene più conto del nutrimento dell’anima, oltre che del corpo.
A Napoli oggi, a causa dei tagli all’arte e alla cultura, ci sono artisti che stanno preparando le mostre al Pan a loro spese. Non ricevono più nessun contributo; soltanto le sale espositive e poi tutto il resto è a loro carico. Si tratta di un semplice atto di prestigio per esporre le proprie opere. I contributi che arrivavano prima non ci sono più.
I tagli sono una spina nel fianco di un’economia che potrebbe riprendersi proprio grazie alla cultura: è un circolo vizioso. Lei parlava di divisioni, di chiusure. A farne le spese, però, è sempre soltanto la cultura.
Prendiamo il caso degli istituti filosofici in generale. Pensiamo anche solo a quello che sta accadendo al Madre. A Napoli sta accadendo una cosa molto triste: sulle istituzioni culturali c’è una divisione in varie categorie, come i guelfi e i ghibellini. Questo, secondo me, è un atteggiamento sbagliatissimo. Si può non condividere qualcosa, ma la cultura è oggetto e motivo di confronto e non può essere un momento di chiusura. Gli istituti filosofici, purtroppo, hanno subìto anche questo atteggiamento nei loro confronti. Eppure sono fondamentali per la memoria e per la cultura illuministica. Si possono non condividere delle esasperazioni sulla cultura del Mezzogiorno; ma si tratta di istituzioni che vanno rispettate anche perché hanno svolto un pregevole compito organizzando tantissimi convegni, dibattiti, confronti, presentazioni di libri…
Nella sua denuncia pubblica, Marotta ha parlato di Napoli come una città che ha paura dell’Istituto. Secondo lei qual è il rapporto tra la città partenopea e la cultura?
Napoli purtroppo è l’immagine del Paese e vive un imbarbarimento generale e culturale. Parliamo di un Paese che ha privilegiato la sottocultura consumistica e che ha trasmesso determinati valori. E questo si riflette ancora di più a Napoli dove tutto è imbarbarito, involgarito. C’è poca ricerca delle identità, dei valori, della memoria.
Si fa un gran parlare anche di declino della cultura del Mezzogiorno. Scavando un po’ nella memoria, ci sono episodi, anche recenti, di scarsa sensibilità verso il patrimonio culturale del Mezzogiorno?
Al di là di ogni polemica, pensiamo solo a quanto sta accadendo al Madre: un patrimonio della città che ora rischia di andare allo sfacelo. Il Madre era un’occasione per la città di Napoli. Senza andare lontano nel tempo, parliamo del Pan: è spesso una cattedrale nel deserto, senza programmazione e senza possibilità di dare una impostazione culturale particolare. Forse sarebbe opportuno non ricordare tutto quello che è successo alla Biblioteca dei Girolamini, con il direttore che è venuto da fuori e ha trafugato i libri. E’ a dir poco vergognoso pensare a come sia stato possibile che il direttore trafugasse un patrimonio secolare della città di Napoli e che lo andasse a rivendere al mercato dell’antiquariato. A Napoli, poi, manca un museo dell’immigrazione, un luogo di memoria per ricordare la nostra storia.
C’è poco da stare allegri, guardando solo lo stato attuale delle cose.
Per fortuna reggono ancora i cartelloni dei teatri che, però, sottostanno a logiche di contributi e sovvenzioni. C’è vivacità nel campo musicale. Ma se osservo il cartellone dell’estate napoletana e delle estati in tutta la Campania, vedo con amarezza che l’offerta culturale generale non è stata eccelsa. Certo, c’è pure da dire che i tagli alla cultura non hanno aiutato per niente!
A questo punto, mi va di raccontare un aneddoto: io ho sentito non molto tempo fa il gestore della Compagnia della Fortezza, composta da detenuti-attori del carcere di Volterra; la compagnia da cui è nato anche l’attore del film di Garrone premiato, poi, a Cannes. La persona che gestisce la compagnia ha origini napoletane e non ha alcuna recriminazione verso la città da cui proviene. E’ contento della scelta che ha fatto. E’ riuscito a fare un’esperienza di un certo livello lontano da Napoli. Se l’avesse tentata a Napoli si sarebbero scatenate invidie, recriminazioni, gelosie, quel “perché lui sì e io no” che manda a monte tutto.
Una storia che invita implicitamente quanti vogliano avere successo in quello che fanno ad allontanarsi dal proprio territorio.
E’ vero solo in parte. A volte ci sono delle eccellenze che non riescono a fare squadra, a costruire una rete. Allora nasce lo sconforto e la necessità di allontanarsi. Questo sentimento si avverte maggiormente nel campo culturale, per chi scrive, per chi cerca di approfondire. Spesso si è costretti a farlo fuori più che nella propria città, e allora si viene apprezzati e consultati. E’ un atteggiamento davvero triste da constatare. Però, ci sono anche casi che dimostrano quanto sia possibile anche restare nella propria città e affermarsi. Pensiamo alla moda: a Napoli abbiamo marchi come Original Marines, Yamamay, Carpisa, solo per citarne alcuni. Sono tutti imprenditori nati a Piazza Mercato e ora spostatisi al Cis di Nola. Loro sono riusciti ad affermare nel loro territorio prodotti e marchi che poi sono diventati di livello nazionale.
Ultima domanda. Proviamo a fare una lista di quello che manca a Napoli e al Mezzogiorno?
Dobbiamo riappropriarci nel nostro futuro. E’ una tesi che sostengo anche nel mio ultimo libro. Negli ultimi anni abbiamo un risveglio delle identità che parte anche dai movimenti e dai piccoli partiti politici che cercano di fare una rilettura storica della nostra storia recente, rendendosi portavoce di un discorso di orgoglio meridionale. Io li seguo fino a un certo punto. Non li seguo più quando il discorso diventa lamentazione fine a se stessa e autoassoluzione in pieno di tutto ciò che fanno i meridionali. Noi abbiamo responsabilità forti. Spesso non ci rendiamo neanche conto che cercare sempre aiuto dagli altri non paga; che per primi dobbiamo cambiare atteggiamento, pur conservando intatti orgoglio e identità. Occorre rimboccarci tutti le maniche per fare ognuno il suo.

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Ndr. Sui temi sviluppati dall’inviato speciale de “Il Mattino”, Gigi Di Fiore, ci auguriamo di ospitare interventi dei nostri numerosi lettori per poter censire, alla vigilia della ripresa autunnale, gli stati d’animo della società civile anche in rapporto alla sensibilità delle istituzioni e della politica verso i temi di fondo della convivenza, tra i quali la cultura occupa un posto di rilievo.

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