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Di Micco ricostruisce la Cava terrorizzata del ’43

Di Micco ricostruisce la Cava terrorizzata del ’43

È uscito il libro “Cava 1943, i giorni del terrore – 75 anni dallo sbarco di Salerno” di Gregorio Di Micco, per decenni popolare firma del Mattino di Napoli: un testo che riporta alla luce le pagine meno note e più “intime” della vita di una comunità nei giorni immediatamente successi all’arrivo degli alleati nella nostra provincia, con tutti gli eventi drammatici che ne seguirono. Il libro è stato presentato, per la prima volta, circa un mese fa da Andrea Manzi presso il municipio di Cava alla presenza di un folto e attentissimo pubblico. Sono seguite altre presentazioni e altre ancora sono state programmate a partire da settembre. Pubblichiamo di seguito la prefazione al volume.

di Andrea Manzi

A Cava de’Tirreni i giorni drammatici del 1943, quando la libertà si annunciava con sbarchi, bombardamenti, ponti crollati e incombenti timori di catastrofi, conservano orme profonde. S’inerpicano lungo i tornanti carsici che conducono all’Abbazia benedettina, al cui interno migliaia di cittadini, scossi dagli eventi e terrorizzati dalle rappresaglie, trovarono rifugio ed ebbero salva la vita. Erano cavesi, salernitani ma anche napoletani. I loro nomi, custoditi nell’archivio della Biblioteca Statale del Monumento Nazionale Badia di Cava, si possono ritrovare negli elenchi di 1800 nuclei familiari, registrati dai monaci con puntuali annotazioni sulla loro composizione e sui rispettivi capofamiglia.
Nel ’43, nonostante l’apparente sicurezza offerta dal grandioso complesso monumentale, la sorte dei rifugiati fu in bilico: il 23 settembre, quindici giorni dopo la dichiarazione dell’armistizio da parte di Badoglio (poi giunto a Cava, nella sua residenza di villa Atenolfi) – che sanciva la fine del patto di alleanza con la Germania – e a circa dieci dalla comparsa dei primi soldati alleati nella città metelliana, un ostinato carrarmato tedesco puntava alla Badia per una spedizione volta a stanare tutti coloro che si erano nascosti tra le sue mura, oltre che nelle campagne circostanti. Una provvidenziale strettoia impedì però a quel gruppo di fuoco di proseguire nella sua vendicativa e tardiva missione di morte. Circostanza che purtroppo non frenò i tedeschi dallo scaricare la loro furia spietata su alcuni ragazzi incontrati per strada, uccisi a colpi di mitraglia per il solo fatto di essersi fermati a guardare il mezzo militare in difficoltà.

La copertina del libro

La copertina del libro

Giorni terribili di morte, sangue, rappresaglie, che Gregorio Di Micco, con la lucida concretezza del cronista di vaglia e la passione civile del militante convinto delle libertà democratiche, propone in questa pubblicazione. A offrirgli lo spunto di partenza è lo stesso nucleo argomentativo di questo libro, prezioso quanto inedito: il diario di Tina Siniscalco, una signora napoletana sfollata a Cava, che racconta con sorprendente agilità narrativa i venti giorni trascorsi alla Badia. Il diario – ritrovato dallo stesso autore in un libro appartenuto all’avvocato Vincenzo Mascolo (nonno di sua moglie Paola) – è dedicato a Luigi Mascolo, fratello di Vincenzo, nominato, proprio in quei giorni di emergenze e ferite, sub commissario prefettizio, chiamato a coordinare le attività di soccorso in favore della popolazione dopo i bombardamenti di 75 anni fa.
In ventuno cartelle dattiloscritte il diario narra gli eventi di quei difficili giorni, tra le necessità della vita quotidiana e i sentimenti dei personaggi descritti dalla Siniscalco, le cui identità sono state pazientemente ricostruite. Di Micco vi ha voluto aggiungere tanti altri dati dell’epoca, frutto di attente ricerche. Il lettore è così trasportato nel flusso degli eventi tragici della Seconda Guerra Mondiale, segnati dall’angoscia di momenti febbrili sembrati eterni. Il tempo di una narrazione personale non può descrivere la verità complessa di contesti e situazioni storiche, ma di certo restituisce con grande vividezza i tratti e i particolari di una quotidianità autentica. Il diario, in particolare, rappresenta la forma narrativa che più di ogni altra consente di ricondurre l’ufficialità della storia alla vita delle persone che l’hanno vissuta, evadendo dai freddi schemi delle ricostruzioni convenzionali. Le vicende private di individui e gruppi familiari ritrovano così una loro esistenza pulsante all’interno di una cornice di eventi già noti, presenti come un inquietante, assordante rumore di fondo. L’autore va però oltre: restituisce visibilità a una testimonianza diretta e preziosa, contestualizzandola, allo stesso tempo, in un mosaico di materiali utili per fare luce sui coevi e poco noti avvenimenti di Cava, tra cui emergono i drammatici elenchi di coloro che ebbero morti e feriti nell’ambito familiare, e quelli dei reduci cavesi che nell’ottobre-novembre ’43 chiesero un aiuto economico all’ECA (Ente Comunale di Assistenza).
Non poteva quindi mancare un riferimento diretto agli eventi successivi allo sbarco di Salerno, quando gli anglo-americani, durante la loro problematica risalita verso Napoli, si ritrovarono in gravi difficoltà, con perdite superiori a quelle dei tedeschi. Nacque proprio in quei giorni convulsi l’esperienza del Corriere di Salerno che rappresentò, da un lato, un’iniziativa “di servizio”, dal nome evocativo e fortemente identitario per la città capoluogo; dall’altro, un fronte di propaganda aperto per conquistare le simpatie dei salernitani. La stampa serve d’altra parte anche per vincere le guerre: lo sapeva bene Walter Lippmann, teorico dell’opinione pubblica e, dal 1917, sottosegretario USA aggiunto alla guerra. Il Corriere durò pochi mesi, ma fu uno dei primi quotidiani dell’Europa rinata dalla guerra. A rileggerle oggi, a distanza di settant’anni, le due pagine di testo di quel giornale (un “foglio” in senso letterale, al costo di una lira) evidenziano una chiara quanto dissimulata funzionalità delle tecniche giornalistiche al disegno tattico-propagandistico degli alleati, alle prese con una realtà territoriale quanto mai critica.
Una realtà di cui Di Micco, attraverso vari percorsi storico-investigativi, ricostruisce l’identità ferita, a partire dalla descrizione dei suoi antichi luoghi e dei suoi radicati gruppi sociali, lanciandosi in un’inchiesta giornalistica “postuma”, con cui recupera intense pagine del passato; un’operazione favorita dall’innesto fecondo delle voci di personaggi, oggi novantenni, e dall’intervento dello storico Gigi Di Fiore, che ripropone i ricordi del ‘43 tramandatigli dalla madre. Sono testimonianze dirette, che illustrano dal vivo della memoria un tessuto cittadino degradato, dal quale erano evaporate le certezze materiali e morali.
Non poteva mancare, in questo efficace affresco storico-evenemenziale, il ricordo di Mamma Lucia (al secolo Lucia Apicella), la solitaria eroina di Cava che dedicò molti anni della sua vita alla ricerca delle salme dei caduti sui due fronti e alla loro sepoltura. Un’opera incessante e rischiosa, sui monti e nelle boscaglie, che la “mamma” dei soldati uccisi, a chi chiedeva, motivava sempre con una pietosa risposta espressa in dialetto: “Sempe figli ‘i mamma erano. E mente murevano accisi ’a mamma nun ’a manco tenevano avvicino”. I campi erano ancora disseminati di mine, ma una scintilla di speranza si era riaccesa anche nella valle metelliana, facendo ancora oggi palpitare di umanità la storia di quei giorni cruenti.

In copertina la Cava del ’43, duramente colpita

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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