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Elogio della puntualità

Elogio della puntualità
di Roberto Lombardi

Ritardo-orologio

1 – Puntualità
La scorsa settimana la nostra città ha ospitato un gran numero di studenti provenienti da tutta Italia per una tre giorni sui temi della creatività e della scrittura. In una di queste serate professori e alunni sono stati invitati ad assistere, nello stesso albergo in cui alloggiavano, a uno spettacolo che sugli stessi temi aveva tessuto un’originale e accattivante trama fatta di parole, musica e danza. Alle 21,00 gli interpreti erano pronti a entrare in scena per l’appuntamento previsto per le 21,30. Alle 21,35 nessuno in vista. Una dozzina di minuti più tardi si potevano vedere alcuni gruppi di ragazzi e diversi professori entrare e uscire dall’albergo. Qualcuno si affacciava nella sala dove era previsto lo spettacolo poi, vedendo che non c’era nessuno, si allontanava. E così un altro gruppo: si affacciava e si defilava. Qualcuno del cast ha sollecitato quelli dell’organizzazione: facciamo qualcosa, o raccogliere 400 ragazzi più professori porterà tutti all’estenuazione. Ma i solleciti devono, purtroppo, per farsi comprendere, arrivare a quel tono di voce che rasenta la sgradevolezza. Non perché gli organizzatori non vogliano intervenire, ma per quell’incuria mentale che, soprattutto qui da noi, porta a non fare differenza, non troppa, fra 21,30, 21,45, 22,00, 22,10. Insomma tutto è “circa”, “verso”, “più o meno”. Ma, perdinci, anche al più o meno c’è un limite. Se un quarto d’ora è un ritardo fastidioso ma tollerabile anche per i fanatici della puntualità, mezz’ora diventa intollerabile per chiunque. Lo spettacolo inizia con 35 minuti di ritardo. Non è finita. Ci si accorda con quelli dell’organizzazione: cominciato lo spettacolo, non si facciano entrare ulteriori ritardatari. Ma anche qui, per capirsi, perché pare che la cosa sia difficile da mettere a mente (ma come, e se arriva qualcuno che vuole entrare?), e ancora una volta non per cattiva volontà, ma per quel diffuso senso di anarchia che pervade il nostro popolo da nord a sud, bisogna chiarire con voce più ferma:«Non dovete fare entrare nessuno!». Chiaro l’esclamativo? Invece persino alle 22,15, 22,20 e oltre, arrivano professori con gruppi di alunni che pretendono (dopo quasi un’ora dall’orario previsto?!) di entrare in sala. E quando è spiegato loro che non è possibile, non si ritirano in buon ordine, no, pretendono di entrare, protestano, fanno baccano e poi entrano lo stesso. E quando quello stesso tizio dal tono di voce sgradevole dice loro con mezza frase «Ve ne dovete andare!», si offendono, fanno marcia indietro e telefonano all’organizzazione per protestare contro i maltrattamenti subiti e, non bastasse, affermano (testuali parole): «Almeno ce lo avessero detto con garbo che non potevamo entrare, avremmo capito».
Ma tutto questo racconto si ridimensiona giorni dopo quando…
2 – Raccoglimento
Che uno spettacolo sia un rito e che vada rispettato con atteggiamento sacrale è cosa che dovrebbe essere nota a tutti, soprattutto a degli insegnanti, ma che non ci si sappia comportare in una chiesa, in un paese in cui tutti si dicono ferventi cattolici, fa costernare.
Qualche giorno dopo l’episodio delle scolaresche a teatro, sono stato invitato al battesimo della primogenita di un caro amico. La chiesa era quella di San Giorgio, raro gioiello Barocco di Salerno. Da sola la bellezza di questo luogo, che un lungo benemerito restauro ha restituito da qualche anno alla città, dovrebbe essere sufficiente a richiamare l’attenzione dei visitatori che, spinti pure al raccoglimento dall’atmosfera del luogo stesso in cui si trovano, dovrebbero ritrovarsi a tacere, la voce sommersa nello stupore.
Domenica mattina la chiesa è gremita: giovanissimi scout, i ragazzi del coro, le famiglie e gli amici dei battezzandi, e i fedeli in attesa della funzione domenicale. Il brusio è diffuso, si fa presto vocio più da mercato che da altare. Una anziana suora si avvicina al microfono e chiede, col garbo che le si addice, silenzio. Ci prova una volta, due, tre. No, nessun risultato. La suora ha i capelli bianchi, visibili sotto la calotta grigia, come l’abito che fa da dimora rigorosa al suo corpo asciutto; l’espressione del suo viso è più serena che severa. Prova a spiegare il perché della sua richiesta:«Ci avviciniamo al momento della funzione: raccogliamoci e prepariamoci a questo incontro». Non vale neppure il richiamo al “mistero” che ci attende. Allora la signora, la madre, come Papa Francesco ha giustamente definito queste donne pochi giorni orsono, a mano a mano che invoca il silenzio, aiutata dal microfono, abbassa la voce, come per porsi da esempio, come per chiarire cosa sta chiedendo, come per dare corpo e insieme toglierlo alla voce stessa che invoca il raccoglimento; un espediente retorico di semplice efficacia. No, neppure gli artifici sortiscono alcun effetto. Osservo le persone. Sembrano sentire e forse anche intendere ciò che la suora dice, ma allo stesso tempo danno la chiara sensazione di non avvertire la propria voce. È evidente che non considerano in essa un elemento che assieme a tanti altri produce il frastuono che percuote la navata. Forse considerano quei colloqui come un sussurro: la suora non può avercela con loro. Se volessimo sapere perché parlano anche dopo che una donna anziana, una suora, in una chiesa ha chiesto loro di fare silenzio, sono quasi certo che risponderebbero che hanno detto solo una parola, che non sono loro a disturbare. Proprio come i loro figlioli, a scuola, risponderebbero alla maestra che li richiamasse perché chiacchierano. La suora, dopo un ulteriore tentativo, desiste. Sul suo volto più una rodata pazienza che rammarico.
3 – Precisione
Un paio di giorni dopo, come mi accade diverse volte a settimana, vado a prendere mio nipote all’uscita di scuola (frequenta la seconda elementare). L’uscita è prevista per le 13,00. Alcuni genitori non aspettano neppure un minuto oltre quell’orario: alle una in punto i loro giovanotti sono sulle scale. Ad altri, anche a me, tocca aspettare invece sempre una decina di minuti, o poco meno, oltre l’orario della fine delle lezioni. So perché. E trovo questo ritardo, per una volta, positivo e pedagogico. La maestra di mio nipote fa un’interpretazione corretta degli orari delle lezioni: terminano alle 13,00, pertanto ci vogliono altri sei, sette, otto minuti per permettere ai bambini, terminata la lezione, di prepararsi, mentre altre classi sono già all’ingresso alle 13,00.
Immaginate come fanno?

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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