Diamo respiro alle periferie

Diamo respiro alle periferie
di Pasquale De Cristofaro
Il regista De Cristofaro
Il regista De Cristofaro

A margine di un incontro di qualche anno fa sullo stato della politica culturale in città, posi la questione delle “periferie” , facendo notare che anche da noi presto sarebbero diventate un problema d’ordine pubblico oltre che economico-sociale. La cosa, ricordo, suscitò, dapprincipio, un qualche interesse anche perché, quelli, erano i giorni in cui quotidianamente arrivavano dai teleschermi le immagini poco rassicuranti delle periferie parigine che bruciavano d’odio razziale tra residenti poveri contro gli ancora più poveri immigrati. Ponevo, dunque, nient’altro che una questione di buon senso. Una questione che la politica non avrebbe dovuto sottovalutare facendo finta di non vedere ciò che esse, nel frattempo, stavano diventando. Dopo un po’, tutto tornò come prima: gli scontri furono ricacciati sullo sfondo della nostra sempre più labile memoria. Quella guerra dopotutto non ci interessava da vicino; combattuta tra “penultimi contro ultimi” fu presto rubricata come inevitabile fastidio di una moderna società liberista e multietnica. Un dazio da pagare, insomma, al benessere generalizzato e alla circolazione di merci e persone del mondo globale nel quale eravamo precipitati dopo che le utopie del socialismo sovietico si erano definitivamente squagliate in seguito alla caduta del “muro” di  Berlino. In realtà, quel problema anziché risolto si è, via via  riproposto sempre con maggiore evidenza. E, oggi, che la crisi economica non accenna a passare e stringe in una morsa terribile da più di sette anni l’intero continente europeo ed in particolare i paesi del bacino del Mediterraneo, quei nodi irrisolti sono venuti inesorabilmente al pettine. La politica in questi anni non ha fatto nulla per capire il fenomeno, lasciando che le periferie delle grandi aree urbane diventassero sempre più delle polveriere pronte, prima o poi, ad esplodere. In tal senso, gli scontri di Roma e Milano di questi giorni non sono casuali. Erano facilmente prevedibili ma, soprattutto ora, non possono e non debbono essere classificati solo come fastidiosi fenomeni razzistici. Mentre la politica chiusa nei suoi “Palazzi” ha continuato a discutere sterilmente di riforme e “patti del Nazareno”, tutto intorno la società non ha mai smesso di lanciare segnali di sofferenza e degrado. Quando le persone soffrono e lo stato sociale non garantisce più quel minimo di vivibilità per gli strati della popolazione meno garantita, ecco che questi, sentendosi minacciati, cominciano a vedere nemici dappertutto. In una situazione del genere è subito chiaro che gli immigrati, gli zingari, e tutti coloro che vivono di espedienti, diventano i capri espiatori per eccellenza. Essi, vengono percepiti dalla gente comune come potenziali pericoli. La politica ancora una volta non può pensare di controllare la cosa solo con qualche carica di polizia. È, piuttosto, una questione culturale. Le periferie sono luoghi importanti, di operosa socialità; dove sono possibili continue verifiche di democrazia; esse, vanno governate con razionalità e sapienza, con giuste risorse e tanta cultura. Solo la conoscenza può vincere la cultura del risentimento e del razzismo. E per fare questo c’è bisogno di tutti, politica e volontariato; ma, soprattutto l’impegno dei sindaci che mai come oggi sono chiamati ad affrontare sia questo problema che l’altra grande emergenza nazionale, il dissesto idrogeologico. In una parola, meno politiche di immagine e più sostanza.

redazioneIconfronti

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