Dom. Set 15th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

«Diaz-dalla gloria alla gogna del G8 di Genova…»

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Diaz-dalla gloria alla gogna del G8 di Genova» è il libro scritto dai giornalisti Gian Marco Chiocci, inviato speciale de Il Giornale, e Simone Di Meo, autore di libri-inchiesta sulla criminalità organizzata e calcioscommesse, per ricostruire – attraverso le parole dell’ex comandante del Reparto Mobile di Roma, Vincenzo Canterini – l’irruzione nella scuola genovese e il pestaggio indiscriminato di giovani inermi ad opera di picchiatori in divisa mai identificati.
di Gian Marco Chiocci e Simone Di Meo

«Diaz-dalla gloria alla gogna del G8 di Genova» è il libro scritto dai giornalisti Gian Marco Chiocci, inviato speciale de Il Giornale, e Simone Di Meo, autore di libri-inchiesta sulla criminalità organizzata e calcioscommesse, per ricostruire – attraverso le parole dell’ex comandante del Reparto Mobile di Roma, Vincenzo Canterini – l’irruzione nella scuola genovese e il pestaggio indiscriminato di giovani inermi ad opera di picchiatori in divisa mai identificati. Un racconto inedito, quello dell’ex superpoliziotto, condannato a tre anni e tre mesi per falso, che accusa i vertici della polizia di allora di aver voluto il blitz nell’istituto scolastico per vendicarsi della brutta figura fatta coi black bloc.

«I confronti» pubblica un estratto del libro proprio sui guerriglieri del blocco nero.

Le informative dei servizi segreti filtravano alla Digos a ciclo continuo. Di settimana in settimana anche gli addestratori del comandante Canterini e le reclute impegnate a scornarsi nella gigantesca prateria di Ponte Galeria orecchiavano qualcosa di sempre più allarmante. Fu così che a pochi giorni dal Global Forum di Genova le fonti confidenziali dell’intelligence presero a sfornare scenari apocalittici. Soffiate e notizie diventarono presto paranoiche. Sembrava dovesse venire giù il mondo. Ben prima dell’appuntamento di fine luglio 2011 erano terrorizzati all’idea di un attentato eclatante. Gli 007 italiani, inglesi, americani e francesi seguivano Al Qaeda (che invece stava pensando agli ultimi dettagli dell’attacco al World Trade Center di New York) e s’erano persi dietro gli anarcoinsurrezionalisti che avevano messo a ferro e fuoco la città di Melbourne, appena pochi mesi prima. Tenevano sott’occhio un po’ di pazzi criminali collegati a un network internazionale indefinito e indefinibile che prendeva forma, e si vestiva di nero, in occasione dei grandi appuntamenti. Amava scontrarsi con la polizia, darsi ai saccheggi, infierire con pietre e tubi Innocenti sulle auto in sosta, sulle vetrine delle multinazionali, sulle tastiere dei bancomat. E, cosa ancora più grave, quella nebulosa nera adesso voleva divertirsi a casa nostra con tecniche di guerriglia urbana  mai sperimentate prima. Gli 007 avevano deciso di mettere le mani avanti. Fecero arrivare ai giornali ciò che sarebbe dovuto restare riservato, e nel farlo esagerarono con la descrizione delle minacce. Funziona sempre così nel mondo vischioso e sfuggente delle agenzie di intelligence: si prefigura lo scenario peggiore, e se si avvera, la nota protocollata sta lì a dimostrare che non gli si può imputare nulla. Se invece non si avvera, significa che è stato comunque un successo, perché l’apocalisse è stata evitata grazie alle contromisure prese sulla base delle loro soffiate. Canterini faceva finta di niente ma quell’allarmismo esasperato gli toglieva il sonno.

Il mio reparto non riceveva alcuna comunicazione riguardo alle minacce rilevate dai Servizi. Ci arrivavano solo indiscrezioni, mezze cose, soffiate tutte da verificare. Ma era chiaro che stesse bollendo qualcosa di grosso. I quotidiani da giorni scrivevano che alle frontiere si stavano ammassando orde di no global che avrebbero invaso la città nei giorni del vertice. Migliaia e migliaia di persone che spingevano per entrare in Italia e partecipare alle manifestazioni di piazza e, in parte, agli scontri. Con tutte le preoccupazioni che avevo non è che me ne curassi più di tanto. Però, a essere sincero, qualcosina chiedevo in giro, una sbirciatina ai titoli dei giornali e al televideo la davo.

Ufficialmente noi non sapevamo nulla, e non dovevamo sapere. Qualche buon amico ogni tanto mi chiamava per prendere un caffè e mettermi al corrente di ciò che atterrava sulle scrivanie dei Grandi capi. Io cercavo di dargli il minor peso possibile, anche se un certo effetto, quelle parole, ce l’avevano. Non che fossi impaurito, ma provavo una sensazione di inquietudine. Spesso non riuscivo a dormire e fissavo il soffitto della camera da letto ripensando a frasi del tipo “occhio che questi cercano il morto”, “può scapparci che qualcuno spari anche”, “nei cortei sarebbero infiltrati ex brigatisti”. I Servizi sostenevano che gli anarchici ci avrebbero attaccato secondo modalità nuove, mai usate prima. Che culo, pensai. Avremmo sperimentato sulla nostra pelle – i miei uomini e io – cose che gli altri avrebbero visto in tv o letto sui giornali, comodamente seduti in poltrona. Come il lavoro che amavo mi imponeva da sempre. Noi saremmo rimasti lì. Al centro della scena. Nel cuore della battaglia. Soli, perché poi in certe situazioni ci si ritrova soli contro il mondo e contro chi dovrebbe essere sempre e comunque, dalla tua. Soli come i trecento spartani contro gli invasori persiani. Le segnalazioni dell’intelligence andavano prese sul serio, questo almeno Canterini capiva. I signori di nero vestiti, specialisti nella guerriglia mordi e fuggi, erano reduci da raid incredibili proprio perché non c’era stata una seria attività di prevenzione e di analisi. Stavolta, però, forse ce n’era fin troppa, di attenzione.

I migliori cervelli dell’antiterrorismo mondiale erano al lavoro per cercare di leggere nel futuro, anticipare qualche mossa. La Spagna e la Grecia divennero i sorvegliati speciali per via di una tradizione che, nei decenni precedenti, aveva sagomato tante nuove leve, alcune poi degenerate nel terrorismo “informale”. Le dritte delle polizie segrete di mezzo mondo descrivevano scenari raccapriccianti. Uno di questi fu oggetto di accese discussioni fra i tavoli della mensa della caserma. Si diceva che gli antagonisti ci avrebbero attaccati a raggiera, lanciandoci addosso palloncini con sangue animale raccolto con la complicità di medici e infermieri vicini alle posizioni dei terzomondisti. Una cosa che ancora oggi, se ci penso, fa venire la pelle d’oca. E il voltastomaco. Un gavettone di sangue infetto? Che schifo. La lista degli orrori si faceva ogni giorno più lunga. Gli analisti s’erano convinti che ci avrebbero assaltato anche scagliandoci contro pneumatici in fiamme lanciati da catapulte semoventi. Immaginate, per un attimo, la scena. Il fuoco che divora la gomma, sciogliendola addosso al povero cristo di turno trasformato in torcia umana. Nemmeno nel Medioevo erano arrivati a tanto. O forse sì. Quella dei no global contro la polizia italiana sarebbe stata la versione moderna dei pentoloni di pece bollente riversati sulla testa dei nemici dall’alto dei bastioni. Era questa era l’atmosfera che si respirava a Ponte Galeria, nell’antivigilia. Senza considerare, poi, la grande incognita. Il mistero numero uno: i black bloc.

Eravamo sicuri che li avremmo incontrati, ma non sapevamo quanti fossero, se dieci, cento, migliaia. Le notizie a disposizione erano quelle raccolte dai miei su internet, sui siti antagonisti o nei blog degli ultras. Una mattina lessi che la prima volta che mostrarono i muscoli fu a Seattle, negli Usa, in occasione del Wto di un paio d’anni prima e, da allora, erano comparsi – un po’ come i ninja, di cui ricalcavano pure il modo d’azione e il vestire – dovunque ci fosse un appuntamento politico internazionale. Era naturale che li avremmo incrociati a Genova. A differenza dei classici no global e degli antagonisti della rete del Social Forum mondiale, che da noi aveva vestiva l’abito della tute bianche, i becchini metropolitani non sarebbero arrivati allo scontro fisico, al contatto con le forze dell’ordine. Quanto fossero furbi quei bastardi l’avremmo sperimentato presto. Imitavano i vietcong. Colpivano in sequenza e si dileguavano. Mitragliavano con lanci a mano e con fionde rinforzate. Sfasciavano tutto quello che c’era da sfasciare e, per sfuggire alle cariche, cercavano riparo tra i manifestanti pacifici. Due volte vigliacchi. Molti dei miei uomini a Genova li avrebbero visti svanire nei cortei dopo essersi cambiati d’abito in corsa, dietro le auto in sosta, nell’androne dei palazzi, persino in spiaggia. Di tanti black bloc trovavamo traccia per strada, durante i pattugliamenti, sapevamo che qualche serpente era s’erano persi pezzi della muta da battaglia. Perché parlo di mistero numero uno? Perché tutti immaginavano che ne sarebbero arrivati, ma nessuno avrebbe immaginato che avrebbero facilmente varcato i confini nazionali a migliaia, da ogni angolo della terra. Nemmeno i Servizi, che tanto si erano scervellati a disegnare scenari da Armageddon, l’avevano previsto.

Per combatterli con le loro stesse armi, Canterini e i poliziotti del Settimo nucleo fecero ripetizioni private sui black bloc, poiché era destino che il Global Forum di luglio diventasse l’università internazionale della guerriglia urbana. A Genova i gruppi più violenti hanno imparato a combattere insieme. Non era mai successo prima. In tanti hanno superato sul campo esami difficili, la pratica ha surclassato la teoria, il salto di qualità è stato impressionante. Con docenti di eccezione, cattivi maestri nemmeno troppo politicizzati. Guerrieri anti-tutto, cresciuti a bombe carta e tafferugli, promossi sul campo di battaglia a pieni voti. Dopo aver studiato tanto, pretendevano di laurearsi in Italia. I libri di testo dei black bloc, quelli del Settimo, li avevano cercati e trovati sul web, scavando tra centinaia di link e siti deliranti sull’Apocalisse economica e il Grande fratello elettronico. E li avevano studiati a fondo, scoprendo l’ossessione per i minimi dettagli, l’organizzazione militare, l’adesione transnazionale, il look monocolore, la spettacolarizzazione di ogni singola azione. Dai manuali in inglese i poliziotti romani apprendevano segreti e psicologia di chi avrebbero avuto davanti. Scoperchiavano le tecniche e le tattiche del “mordi e fuggi” a gruppi di sessanta, cento, centocinquanta per volta. Apprendevano la passione per la scenografia, le parate con bandiere nere e tamburini dietro striscioni sempre diversi (a Genova la scritta sarà «Smash», cioè spacca). Prendevano soprattutto contezza di quanto fossero ossessionati dall’invisibilità espressamente raccomandata dagli autori degli opuscoli.

Ne ricordo ancora uno di questi opuscoli deliranti. Si invitavano i compagni black bloc a non pubblicare video, foto, commenti sui social network o su siti di condivisione. A non parlare al telefono o in luoghi chiusi, a non vantarsi perché la polizia monitorava tutto. A non scrivere mail in cui raccontavano le giornate sulle barricate evitando di riportare “voci” nelle mailing list in cui si era soliti partecipare. A Ponte Galeria come nella caserma di Castro Pretorio leggevano avidamente e non credevano a quegli ammonimenti degli anziani alle nuove leve del blocco nero. Uno degli avvertimenti faceva anche sorridere. Sintetizzando, recitava così: «Durante e, soprattutto, dopo gli scontri di piazza, siate camaleonti e un po’ Houdini, perché alla prossima manifestazione la polizia terrà d’occhio le facce che hanno messo nella loro lista nera […]. Occhio ai tatuaggi, alle magliette riconoscibili. Indossate scarpe da jogging di una marca comune, non toglietevi mai il passamontagna se non dopo esservi guardati intorno. Infilate sempre i guanti per non lasciare la firma sull’arma recuperata in strada. Quando vi muovete state nel gruppo, vestitevi sempre di nero e nello zainetto, oltre a pietre e bottiglie incendiarie, portatevi dietro un ricambio colorato: lo indosserete quando sarete in pericolo, per sfuggire alla polizia, per mischiarvi nei cortei pacifici». E poi proseguiva: «Se pensi di essere monitorato, tagliati i capelli, fatti crescere la barba, tieni la tua casa “pulita”. Non portare il telefono cellulare, non conservare messaggi e foto particolari, ficcati in tasca un pezzo di carta col numero di un avvocato del luogo». Quelli che a una persona normale possono apparire come indizi di una personalità deviata, per i guerriglieri metropolitani sono consigli di sopravvivenza fondamentali. E se le cose si mettono male, calma. «Stai attento con chi parli. Ammetti il tuo coinvolgimento solo alle persone di cui ti fidi veramente. Stai attento a quello che dici in rete. Cerca di stare sereno e di non andare nel panico. Se ti viene chiesto di presentarti in una caserma informati sempre sul motivo e contatta l’avvocato. Se ti arrestano usa il tuo diritto di rimanere in silenzio fino a che non sarà presente il tuo avvocato». Il primo comandamento è sempre lo stesso: «Non dire niente alla polizia anche se loro ti dicono che è “nel tuo interesse”. Non ci si deve mai fidare dei poliziotti. Dal momento in cui vieni arrestato ogni cosa che dici può diventare una prova».

Poco prima del G8 di Genova rammento benissimo come girasse su internet un manuale nero, d’ispirazione insurrezionalista, con questa esortazione: «Battere i poliziotti significa superarli in  astuzia, non necessariamente bastonarli sulla testa». Alla lettera attuarono quell’insegnamento. Era l’equivalente dell’Arte della guerra di Sun Tzu o del De bello gallico di Giulio Cesare. Solo che qui l’insegnamento tattico era preso pari pari dalle imboscate dei gruppi di resistenza sudvietnamita: spara e scappa. Non vi doveva essere nessun contatto fisico, ecco il salto di qualità: «Non siate tentati dal fronteggiare le forze dell’ordine e combattere. Spostatevi dove potete causare danni e distruzioni senza divise attorno. Continuate a muovervi. Fate tutto in piccoli gruppi, organizzatevi in anticipo per riconoscervi, entrate e uscite dai cortei organizzati, mimetizzatevi». Colpite e fuggite.

I black bloc, nella caserma della celere romana, li stavano conoscendo per quello che erano: solisti per vocazione, a cui ultimamente capitava che si unissero cani sciolti del sottobosco antagonista e ultras curiosi di provare il brivido della guerra senza senso. Contrastarli era dura, prenderli pressoché impossibile. Così si presentavano a Genova, il biglietto da visita parlava da sé.

Quei bastardi senza gloria li avevamo studiati, li conoscevamo più dei no global nostrani. Sapevamo tutto di loro. Gente priva di una precisa ideologia o convinzione politica. Mai “contrari a qualcosa”, ma sempre “contro qualcosa”. Erano contro il capitalismo, e distruggevano le banche. Contro la fame nel mondo, e se la prendevano con McDonald’s. Contro l’energia nucleare, e davano fuoco alle auto di cittadini indifesi. Erano peggio, molto peggio, degli ultras e dei movimentisti degli anni Settanta. Io li ho visti. Li ho pesati. Te li vedi davanti, filare in gruppo come lupi affamati. È la logica del branco. Attaccano insieme, non si fanno riconoscere, se non per le macerie che si lasciano dietro. Si atteggiano a corpo militare d’élite del Movimento, duri e spietati, a distanza. Chi siano i burattinai nessuno lo sa. I pupi di strada negano che ci sia qualcuno a tirare fili e sassi, per loro. Il mio battesimo del fuoco, da giovane poliziotto, avvenne a Reggio Calabria, durante i moti di Ciccio Franco e del suo slogan «Boia chi molla!» Ma quello che vidi allora non è nemmeno lontanamente paragonabile a quello che avrei visto e vissuto trent’anni dopo. Dopo un po’, in questo lavoro, impari ad anticipare le mosse dell’avversario, a conoscerle e riconoscerle. Sai che qualunque sia il numero dei manifestanti, alla fine ne resteranno solo poche decine davanti ai Reparti antisommossa. Il resto taglia la corda perché preferisce continuare a camminare con le proprie gambe. A Genova, no. A Genova è andata diversamente. La battaglia col blocco nero era qualcosa di incredibile, impensabile, indescrivibile. Erano tanti, troppi. Organizzati, ognuno con un ruolo, un’incombenza. Professionisti come noi. Si spostavano a elastico, si allungavano e accorciavano le linee d’offesa: un incubo. Sapevamo che gli antagonisti, e gli autonomi, s’erano addestrati in un paio di centri sociali di Padova e Torino. Li avevamo anche visti allenar quelle toste e preparate, arrivate dalla Spagna e dalla Grecia, dalle banlieues francesi e dai quartieri periferici londinesi, erano tutt’altra cosa. Insomma, il collega che mi aveva telefonato in ufficio prevedendo un’estate di fuoco non aveva  tutti i torti. Per capirlo ci sono dovuto passare con i miei uomini.

Il 15 luglio, finalmente, facciamo armi e bagagli. Ci muoviamo dalla capitale alla volta di Genova. Il Reparto mobile si avvia sull’autostrada con una decina di colonne separate. Agenti e funzionari partono da Roma e si fermano, giusto il tempo di un pranzo frugale, a Firenze. Io devo sbrigare le ultime cose al Viminale. Di lì a poco sono in autostrada pure io. Durante il tragitto penso a tutte le settimane trascorse ad allenarsi, a provare cento, mille volte gli esercizi tecnici. E mi domando che cosa davvero succederà, una volta arrivati. Non so se vi è mai capitato di preoccuparvi della vostra preoccupazione: ecco, una cosa del genere. Il viaggio fila via veloce e già a parecchi chilometri dal centro della città iniziano i posti di blocco. L’aria è quella dell’assedio, del coprifuoco incombente. Quando metto piede nel porto, vicino alla Fiera, dove è stato allestito il nostro quartier generale, do un’occhiata in giro. Un funzionario della questura si presenta e mi conduce a una nave da crociera con qualche milione di miglia nei motori. Il suo nome è Serenade. Ci hanno messo a mollo, i Grandi capi: sistemati in un transatlantico per cementare e tenere assieme tutta la Celere tricolore che parteciperà all’evento. Salgo a bordo, attraverso i corridoi e il ponte. Non è una brutta nave, ma difficilmente può vantare il titolo di ammiraglia della flotta. Si fa sotto un tipetto, mi allunga la mano e si stampa un sorriso sulla faccia: «Piacere, comandante». È il capitano della nave. Russo, come il resto dell’equipaggio. «Sono a disposizione per qualunque cosa». L’ho cercato spesso, non l’ho più visto. I cinque giorni precedenti il Summit li trascorriamo come fossimo a Ponte Galeria. Al mattino esercitazione fisica e corsa sul lungomare, di pomeriggio pattugliamento nelle aree indicate dalle circolari come “obiettivi sensibili” e un po’ di attività a presidio. Fanno a turno, i ragazzi. Un po’ per uno. La sera, poi, libera uscita tranne quando ci fu da controllare la solidità delle protezioni messe a guardia della zona rossa, visto che una velina dei Servizi parlava di “buchi” nelle reti create ad arte da fabbri antagonisti. Una panzana. La Serenade era all’ancora a poche decine di metri dal grande palco dove si sarebbe esibito il cantante simbolo dei no global, il “guru” Manu Chao. Dal ponte riuscivo a vedere le luci, a sentire i cori, il tonfo della batteria. Chi si ubriacava eccitato nell’imminenza della guerra allo sbirro non s’era accorto di quante divise erano affacciate sulla Love Boat.

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