Sab. Lug 20th, 2019

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Elezioni 4 / Usa sgomenti per il gap culturale della politica italiana

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Istruzione e alta formazione fuori dai dibattiti: miopia imperdonabile di candidati e partiti incolti
di Vincenzo Pascale (da NY City)

vincenzo-pascaleGli Stati Uniti d’America, anzi i cinque continenti stanno anch’essi patendo la sarabanda politica che il popolo italiano con grande dignità sta sopportando. Infatti gli italiani residenti fuori dal loro paese ed iscritti al registro Aire (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) voteranno i loro rappresentanti al Parlamento italiano, per la precisione ventiquattro eletti, diciotto alla Camera e sei al Senato della Repubblica. Le liste elettorali presentate fuori d’Italia sono le stesse di quelle italiane e, salvo poche occasioni, i nomi sono gli stessi delle precedente tornata elettorale. È la terza volta che gli italiani residenti all’estero votano i loro rappresentanti al Parlamento italiano. Fu la battaglia politica di una vita dell’indimenticato Mirko Tremaglia. I risultati sono stati molto al di sotto delle aspettative. Gli Stati Uniti d’America ed il Nord America (Canada, Messico e isole caraibiche incluse) eleggono tre parlamentari: un senatore e due deputati. Immane il compito di gestire e seguire un collegio elettorale grande il doppio dell’Europa. Ovviamente se immane è il compito di seguire tale collegio la politica italiana spesso soprassiede a quella che dovrebbe essere la politica degli e per gli Italiani all’estero. Santoro con Servizio Pubblico, Vespa con Porta a Porta, la Annunziata con il suo talk show e Floris con Ballarò tengono banco, anzi alimentano la piazza (virtuale) degli italiani nel mondo. Le performances teatrali sorpassano quelle politiche: dalle sedie spolverate da Berlusconi ai programmi giacobini di Ingroia, alle “gloriose” uscite di Grillo. Vista dagli Stati Uniti, la politica italiana è simile ad una maionese impazzita. Tutti asseriscono tutto per poi modificare l’annuncio e confermare il contrario di quanto detto un’ora prima. Dalla non candidatura di Monti alla sua salita in politica, dalla rinuncia di Berlusconi al suo ossessivo pellegrinaggio mediatico, dalla gita mondiale caraibica di Ingroia (da Palermo al Guatemala), ad un De Magistris che parla di rivoluzione arancione. Intanto a Napoli c’è stata la rivoluzione dei mezzi pubblici bloccati. Manca solo il blocco della panificazione. Intanto da Santoro è una continua Via Crucis di lagnanze e di pietismi, probabilmente costruite ad arte per riscaldare il dibattito. Ma di cosa è davvero malata l’Italia, anzi la sua politica? Dal dibattito politico è quasi impossibile capirlo o, meglio, per dirla diversamente, c’è una minoranza di invitati ai dibattiti televisivi che cita il Finacial Times, Foreign Affairs, il Wall Street Journal. Ma, parafrasando il comico Crozza, quante persone leggono questi giornali? E a chi davvero interessano le tematiche discusse da questi organi informativi del grande capitale anglo-americano? A pochi elettori. Davvero una minoranza nel Paese. Se l’Italia è in questa difficile congiuntura politica, economica e sociale la risposta va ricercata e trovata nelle deformazioni create dalla politica per poter gestire il consenso elettorale al Nord come al Sud (ma soprattutto al Sud) negli ultimi quaranta anni. La crisi italiana è di lunga durata e un indicatore di tale gravità è dato dalla mancanza nel dibattito politico di una dimensione fondamentale, quella culturale, per non dire di quella geo-politica. La frammentazione (troppi Comuni, troppe Province) costituisce sono il freno principale al rilancio del Paese. Ma su questo argomento la politica trema: abolire le Province (davvero troppe) accorpare i piccoli comuni dovrà essere solo il primo passo di un dibattito che la politica deve avere il coraggio di affrontare. Poi, vi deve essere il rilancio in termini di massicci investimenti pubblici e privati nell’istruzione: primaria, secondaria ed universitaria. Nei talk show politici si è parlato di tutto: dalla Tav, alla Guerra in Mali, all’Expo di Milano tranne che di istruzione e formazione. Una rimozione pericolosa..anche perchè al centro della democrazia c’è la condivisione del sapere e della consoscenza. L’istruzione è la funzione cognitiva che permette di intravedere la possibilità umana della riuscita e della realizzazione di una ambizione. Eliminare l’istruzione equivale a ridurre i cittadini in sudditi: soggetti passivi. Solo consumatori…magari anche evasori.

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