Elezioni 5 / Il Sud verso il voto senza alcun riferimento credibile

il corsivista

mezzogiorno“Il film della crisi”, titolo del recente libro che l’economista Giorgio Ruffolo ha scritto con il geologo Stefano Sylos Labini (Einaudi), ripercorre le drammatiche tappe della “mutazione del capitalismo” (è questo il sottotitolo esplicativo del volume) e, di fatto, rilegge le dense, sudate pagine che hanno condotto la cosiddetta civiltà occidentale sull’orlo del baratro. Che cosa è accaduto? Si è interrotto il collegamento tra capitalismo e democrazia, e così la produzione della ricchezza non è andata più d’accordo con la tutela dei diritti individuali e collettivi. È nato così quel capitalismo finanziario che, dimentico dell’etica, ha conferito all’impresa un valore assorbente rispetto agli altri fattori un tempo organici alla produzione e in grado di mitigarne le pretese. In questa nuova scala di valori, che ha dapprima declassato e poi espunto dal suo interno elementi essenziali, il lavoro è pressoché scomparso, retrocesso al rango di variabile di terzo conio. Naturalmente la democrazia è diventata claudicante e ha visto scomparire dalla propria “giurisdizione” l’attività umana più ambita e nobilitante, il lavoro. L’auspicio dei due autori, che si traduce quasi in un disperato messaggio lanciato a quel che resta della politica, è che lo Stato riprenda le redini dello sviluppo, ne decida ambiti e limiti del finanziamento, perfezionandolo poi con l’equilibratura dei diritti e dei doveri. Solo in questo modo lo sviluppo potrà aspirare all’aggettivo “sostenibile”, qualità non ravvisabile in tutti i casi di crescite che evitano di misurarsi con l’aspirazione all’uguaglianza, l’esigenza dell’equità e l’avallo del consenso sociale. Rivedere l’attuale corso della storia significa agire su questa deformazione che ha piegato la produzione agli interessi di pochi, alterando la funzione della moneta che da mezzo è diventata fine, da norma – chiosa Ruffolo – è stata trasformata in “merce”.
In questa lunare campagna elettorale si parla poco di tutto questo e nei contesti locali addirittura non ci si accorge che è in atto una competizione politica, che fu annunciata come epocale e rifondativa dell’attuale democrazia malata. Eppure i tempi sarebbero maturi per una riconversione ecologica dell’economia, con conseguente ribaltamento dell’attuale modello di sviluppo e apertura di nuove prospettive in particolare al Mezzogiorno. Secondo Giorgio Ruffolo l’inefficacia del Pil (Prodotto Interno Lordo) di misurare l’efficienza dell’economia post-industriale è ormai conclamata. Restano fuori dalle sue valutazioni il valore dei servizi immateriali, le attività di carattere sociale, il consumo delle risorse, l’inquinamento ed anche le aspettative di vita. Chi è ricco potrebbe in un battito di ciglia non esserlo più se solo si allargassero le maglie di quelle valutazioni. Si potrebbe scoprire che la nostra povera e fiera solitudine meridiana sia un grumo denso di potenzialità, un indizio di concreta prospettiva di sviluppo e che i ricchi potranno ritrovarsi in braghe di tela da un giorno all’altro se solo l’attività politica recepisse i segni dei tempi. Politici seri e autorevoli parlerebbero di queste cose, coinvolgendo i cittadini, ormai stanchi di subire scelte calate dall’alto, nella edificazione di una base operativa per costruire il futuro. Senza il consenso e la partecipazione, d’altra parte, non ci sarà discontinuità con il passato lobbistico e autoreferenziale che abbiamo vissuto. E invece andiamo verso il voto con l’occhio alla tele-politica prodotta dalla società dello spettacolo e i piedi saldamente sprofondati in un pantano denso che, di questo passo, farà da prodigioso concime per Grillo e Ingroia.

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