Elezioni 6 / La sinistra “madre matrigna” del berlusconismo

di Alfonso Liguori

Alfonso_LiguoriIn questa nostra discussione sulla situazione della Cultura italiana e sul suo peso, inesistente, in questa campagna elettorale, credo ci sia da fare un piccolo chiarimento “storico”.
Sarà forse la prima volta che non concordo con l’amico Pasquale De Cristofaro.
De Cristofaro attribuisce l’uscita della Cultura dai dibattiti della campagna elettorale e dalla “mentalità” del Paese al berlusconismo. Questo è vero in parte, poiché va identificato il meccanismo che rese possibile l’irrompere del berlusconismo sulla scena italiana. Dunque un passo indietro.
Facciamo qualche esempio: chi guardava le puntate (mitiche!) del “Commissario Maigret” con il compianto Gino Cervi, quali categorie sociali? Strano ad immaginarsi oggi, ma tutte. Tutti, dai professori universitari alle massaie del Tiburtino 3°. Una sera di tanti anni fa, il grande produttore teatrale Lucio Ardenzi mi raccontò che (lui giovane allievo dell’Accademia “S. D’Amico”) a segnalargli che al Teatro Eliseo c’era un grande spettacolo fu il suo portiere, lo spettacolo era “I parenti terribili” di Jean Cocteau per la regia di Luchino Visconti; tutti buttavano un occhio al Festival di Sanremo e l’Opera la canticchiavano i padroni come gli operai.
Voglio dire che la fruizione della Cultura è stata fino a un certo punto, libera e, come si direbbe oggi, trasversale, e i piani di lettura erano molteplici a seconda delle possibilità culturali dello spettatore, ma ciascuno con pari dignità: il semplice “mi piace” aveva lo stesso valore di una analisi strutturalista antropologica meta-teatrale…
Poi arrivarono gli anni ’70, e qui… il crack!
Una parte della intellighenzia cominciò a guardare il resto del mondo dall’alto in basso, ad arrogarsi il diritto di essere l’unica depositaria della verità, ad attuare distinzioni e classificazioni, cominciando una vera e propria opera di mortificazione del pubblico “normale” attraverso la sostituzione del piccolo “mi piace/non mi piace” con il possente “non hai capito!”.
Di questa sostituzione ancor oggi si sentono gli effetti, per cui capita di trovarsi di fronte a spettatori che con aria intimorita chiedono a te, uomo del settore, “ma che voleva dire? – mi sa che non ho capito”. Non nascondo che rispondo sempre: “cosa te ne frega di capire; ti è piaciuto o no?”.
Semplicistico, mi rendo conto, ma non posso tollerare che uno spettatore si senta mortificato nella sua intelligenza, sia pure solo emotiva (che poi è la più importante). A mio “immodesto” parere, nella fruizione artistica non esiste nessun parametro che sia migliore di un altro, la visione di un quadro non può essere subordinata alla completa conoscenza di un periodo storico o della vita di un pittore, uno spettacolo teatrale non può rendersi comprensibile solo previa conoscenza del testo letterario. Leonardo dipingeva una Madonna e la gente di ogni classe sociale la guardava, Molière scriveva una commedia e gli spettatori andavano a teatro. Questo era tutto. E se “era tutto” allora perché non dovrebbe esserlo adesso?
Già, perché? Perché attraverso quella discriminazione culturale, che a volte ha rasentato il razzismo, si è cercato di stabilire una superiorità, che in quanto culturale, diveniva anche politica, dalla quale sono nati, poi, scrittori cult, cantautori cult, attori cult, registi cult, ecc.
Ed artefice di questo auto-innalzamento fu, manco a dirlo, la sinistra italiana, che in tal modo si “vendicava” e distaccava dal potere DC, segnando una differenza tra “noi e loro” che era come le stigmate del santo.
Da qui, una sequela di spettacoli, di libri, di musicisti (qualcuno ricorda i fischi a Luigi Nono alla Biennale musica di Venezia?), di attori, propinati nelle feste di partito, nei teatri e nelle rassegne di piazza, ai quali, diciamocelo, noi per primi, intellettuali in erba, ci siamo fatti “due palle così!” (perdonate il francesismo), vergognandoci di dirlo onde non passare per cronici ignoranti che “non avevano capito”. Provate a immaginarvi, a questo punto, lo stato d’animo di un operaio o di una portiera…
A poco a poco, tra portiera e intellettuale cominciò a crearsi una vera e propria frattura, e la portiera si sentì inadeguata, esclusa, mortificata, ma soprattutto abbandonata.
Ecco che in questa frattura si inserì – metà anni ’80 – l’imprenditore Berlusconi.
Abilissimo, offrì alla nostra cara portiera ciò che lei sentiva come naturalmente correlato alla sua preparazione culturale, ciò in cui poteva facilmente ed immediatamente riconoscersi, sentendosi gratificata e rassicurata. E siccome il tutto doveva produrre pubblicità, introiti, danaro, non c’era alcun motivo di “alzare il livello”, anzi ogni cosa doveva il più possibile essere portata in basso, per fidelizzare il telespettatore e non veder sfumare il meccanismo economico alla base del tutto. Esattamente il contrario di quello che negli anni ’50 e ’60 cercava di fare la tv di Stato con, ad esempio, i romanzi sceneggiati tipo “I promessi sposi” con sceneggiatura di Riccardo Bacchelli.
Ma una tale “irruzione” non fece tornare sui suoi passi la cultura sinistrorsa, anzi ancor più si acuì la volontà di distinzione, separando forse per sempre i due campi, e abbandonando non solo una parte di pubblico ma anche di elettorato in balia del nuovo “mostro”.
A conti fatti, il berlusconismo non è un divino figlio di se stesso, ma il prodotto di una situazione creata sia pure, forse, inconsapevolmente proprio dalla “cultura di sinistra”.
E non basta: ai tempi di Gino Cervi, ciò che guidava la costruizione artistica non era la concezione politica, ma l’altissima professionalità, e la distinzione sinistra-destra era da pochi riconoscibile più nella forma che non nei contenuti. Oggi ci si lamenta che la professionalità è andata a farsi benedire e che tutti fanno o possono fare gli attori o gli scrittori o i pittori… addebitando la responsabilità di ciò alla televisione spazzatura, e al famoso quarto d’ora di popolarità di Warholiana memoria, dimenticando che sempre in quegli anni ’70 si sviluppò l’idea – parlo della Prosa ad esempio – che tutti fossero o potessero essere attori, e che la tecnica e la conoscenza del mestiere erano elementi di un teatro borghese da eliminare e superare.
La riprova della stupidità di un tale processo l’abbiamo proprio ai giorni nostri con fenomeni come quello del commissario Montalbano. Andrea Camilleri nei suoi agili e raffinati romanzi fa una finissima operazione sulle possibilità e le contaminazioni della lingua. Ma è letto da tutti, da chi si gode il gioco verbale e da chi soltanto il sano poliziesco. Idem per gli sceneggiati ottimamente girati e recitati da Zingaretti &C. Il successo è culturalmente trasversale.
Il berlusconismo certamente non ha fatto bene al nostro Paese, dal punto di vista politico ha sicuramente cancellato la possibilità del ragionamento tra le parti, vivendo e prosperando su di un crudele e deprimente “chi non è con me è contro di me”, ma la sua genesi non è divina, non nasce dal vuoto pneumatico, dal nulla. Coloro che lo hanno favorito dovrebbero interrogarsi e fare un po’ di mea culpa, ma sarebbe come chiedere a un eurista di riconoscere il disastro della Grecia.
Per cui, ognuno per la sua strada… e il Paese ricoverato al reparto “Tristezza”.

2 pensieri riguardo “Elezioni 6 / La sinistra “madre matrigna” del berlusconismo

  • 7 Febbraio 2013 in 16:04
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    Berlusconi ha cavalcato quella sconsolante e demagogica deriva della sinistra populista e anti-meritocratica e l’ha inserita nel velenoso “liquido” mondo dello spettacolo, dando vita ad un cocktail malefico che ha pari pari trasferito nella politica italiana. Si è ricreato così, in politica, quel clima odioso del diciotto a maggioranza e dello stupido con la laurea. Perlomeno in politica la sinistra, che pure ha sbagliato molte riforme, non ha mai abbassato il livello così come ha fatto il prestigiatore di Arcore con il fine di poter manovrare come bussolotti gli addetti. Il malcostume e la sottocultura berlusconiana non ha pari. Non scherziamo proprio! Ci deride il mondo intero.

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  • 7 Febbraio 2013 in 13:35
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    Se il livello è questo però, è inutile partecipare. Chi dice che la cultura è stata affossata dal berlusconismo evidentemente non riesce a guardare al di là del proprio naso, ed è palese che ha mai letto nulla né di Calvino e nemmeno di Pasolini. Il problema che deturpa la cultura è precedente al berlusconismo. Non possiamo dare la colpa al figlio se il padre da piccolo gli ha tagliato le gambe. Il berlusconismo, infatti, è figlio di una crisi culturale cominciata molto tempo prima. Tirate su il livello altrimenti non partecipo. Un abbraccio

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