Elezioni 7 / La crisi della cultura non è figlia del berlusconismo

di Alfonso Conte*

alfonso_conteNon riesco a fornire dati precisi, ma dal mio ristretto osservatorio posso senz’altro rilevare come, tra gli studenti che scelgono di laurearsi nella materia da me insegnata, e quindi di sottoporre i loro elaborati alla mia correzione, sono meno della metà coloro i quali scrivono in maniera sufficientemente corretta e tra loro solo una sparuta minoranza utilizza vocaboli appropriati, colloca nei posti giusti i segni di interpunzione e coniuga i verbi riuscendo a concordarne i tempi. Poco tempo fa, il sindaco di una cittadina della provincia di Salerno confidava di essere costretto ad impiegare gran parte del suo tempo a correggere la documentazione prodotta dai dirigenti amministrativi del suo Comune, normalmente infarcita di grossolani strafalcioni; ascoltandoli durante i loro interventi pubblici, è facile immaginare come in altri casi capiti il contrario e siano solerti collaboratori a rivedere i testi scritti da tanti amministratori pubblici delle nostre zone (e non penso che la situazione sia diversa, ad esempio, nelle valli bergamasche). A tutti sarà capitato di rilevare come brillanti ed affermati professionisti, in grado di esibire finanche termini tecnici in inglese, finiscano poi per inciampare, se costretti a stendere una relazione scritta, in qualche accento di troppo o in qualche infido congiuntivo, evidenziando impreviste lacune riguardo ad elementari regole grammaticali.
Il disastroso stato della cultura in Italia è stato accentuato negli ultimi venti anni, ma le sue cause rimontano a molti anni prima: non è stato il berlusconismo a generare lo sfacelo, ma l’esatto contrario. Il declino iniziò negli anni sessanta-settanta, quando il sogno di una società più giusta perché più ugualitaria indusse a frettolose e presuntuose riforme della scuola e dell’università, le quali sacrificarono il merito e l’eccellenza in nome dell’esigenza di accelerare la formazione della società di massa; il “diciotto politico” e le assunzioni senza concorso nella pubblica amministrazione furono i simboli di una stagione che introdusse la logica del condono ed elevò a sistema la deroga alle regole. Da allora maestri elementari e professori della scuola media e superiore, i quali da anni costituivano riferimenti significativi nella vita pubblica delle comunità in cui operavano (e soprattutto nei piccoli centri di provincia), iniziarono a perdere prestigio perché incapaci di testimoniare i tradizionali livelli qualitativi; e che dire dei docenti universitari, moltiplicatisi senza motivo a vantaggio di parenti ed amici, o della borghesia professionale, la quale soprattutto al Sud fino a quell’epoca aveva potuto vantare solida formazione umanistica e molteplici interessi culturali fuori dagli angusti recinti della propria attività?
La crisi può essere un’opportunità se riusciremo ad abbandonare strade rivelatesi senza uscita per imboccarne di nuove; non è più possibile denunciare i tagli all’istruzione e deprecare il deficitario sostegno pubblico a meritevoli iniziative culturali pensando di tornare ad aggravare il debito pubblico secondo modalità funzionali, da un lato, ad interessi clientelari e, dall’altro, a richieste di assistenzialismo. Il diritto allo studio per tutti, ad esempio, resta un principio fondamentale ed irrinunciabile, ma sarebbe auspicabile che le borse di studio (le poche oggi disponibili) fossero assegnate solo a chi ne ha effettiva esigenza e dimostra di meritarle attraverso il rendimento. Ancora, altro esempio, sarebbe opportuno che i contributi pubblici per le iniziative culturali (i pochi oggi disponibili) fossero concessi in seguito a valutazioni basate su criteri generali precedentemente individuati e resi pubblici, sottraendoli alla discrezionalità interessata degli amministratori e vanificando le “conoscenze” di improvvisati imprenditori del settore. La coesistenza di scuole ed università pubbliche e private, ultimo esempio, dovrebbe prevedere una riforma radicale, finalizzata a definire chiaramente obblighi ed opportunità per le une e per le altre, allo scopo di garantire la pluralità degli indirizzi educativi e, allo stesso tempo, impedire la proliferazione di diplomifici ed esamifici. Purtroppo, l’esigenza di riflettere su tali temi non è riconosciuta come prioritaria non solo dagli esponenti politici, attualmente impegnati a rastrellare voti in campagna elettorale, ma neanche da tanti intellettuali, maestri di pensiero o semplici appartenenti ad una delle tante corporazioni attive nel campo dell’istruzione e della cultura, i quali hanno ottenuto non pochi vantaggi al tempo del todos caballeros e molto rischierebbero di perdere nel caso fossero introdotte effettive riforme.

* Professore associato di Storia del Mezzogiorno presso l’Università di Salerno

 

 

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