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Dietro tutti gli attentati negli Usa piani strategici globali

Dietro tutti gli attentati negli Usa piani strategici globali
di Carmelo Currò
ecodellosport.it

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Bombe secondo fronte. Ogni volta che negli Stati Uniti un’esplosione semina la morte e il terrore, il pensiero corre naturalmente ai nemici invisibili che si attestano fra le mura, lungo le strade, nelle stazioni e dietro i volti della gente “normale” che ci guarda, ci sfiora e ci odia. Ma non si tratta mai di “operazioni” studiate e lanciate secondo un istinto dimostrativo e terrorista. In realtà gli attacchi e gli attentati costituiscono attività che fanno parte di un vero piano strategico globale, con indirizzi mirati e necessari ad aprire un fronte insidioso, necessario a distogliere attenzione e potenzialità da una linea principale di intervento.

Dunque, se forze terrestri ed aeree, politici ed intelligence, risultano concentrati verso una sola direzione, l’apertura di un secondo fronte interno può risultare indispensabile per alleggerire le tensioni in un’area cruciale. Oltre agli scenari militari, il disordine, la tensione e il clima di paura che possono instaurarsi a causa degli attentati, sono elementi di prima grandezza per disorientare e intimidire l’opinione pubblica, che potrebbe diventare più propensa ad accettare pacifismo e condizioni a qualunque costo.

Pensiamo al primo attentato di matrice islamica scatenato negli Usa nel 1993. In quell’anno il mondo sarebbe stato alle prese con conflitti dalle proporzioni distruttive, le cui cause non sono state ancora eliminate. Dalla Bosnia alla Somalia, e quindi alle porte stesse del mondo occidentale, le tensioni si erano accumulati e in attesa di scatenarsi sui protagonisti principali. I cospiratori del World Trade Center di New York avevano in mente di colpire e spaventare l’opinione pubblica Usa attraverso un attentato che avrebbe dovuto distruggere le torri, fare migliaia di vittime e credibilmente di paralizzare l’attività reattiva di Washington nel mondo.

Fortunatamente l’obiettivo fallì in parte, anche se la bomba che esplose poco dopo le 12 del 26 febbraio fece morire ugualmente 6 cittadini americani e registrare 1.042 feriti. Il gesto, però, diede anche la prova che questi gesti dimostrativi non avrebbero allargato le maglie della solidarietà e della compattezza all’interno degli Usa. Anzi, fino ad oggi si è potuto constatare che ogni evento terroristico riesce a rinsaldare i rapporti e la collaborazione fra politica e opinione pubblica e che lo stato di disorientamento e disordine viene rapidamente superato grazie a una solida struttura operativa di  soccorso.

E non è certo una novità l’ipotesi di far intervenire bombe e cannoni quando una Nazione si trova in una condizione qualsiasi di difficoltà al suo interno. All’indomani del terremoto di Messina del 1908, alcuni generali austriaci pensarono di eliminare il pericolo italiano grazie a una guerra preventiva da scatenare approfittando del grave stato di tensione che dominava l’Italia, alle prese con 100.000 morti, ampie aree distrutte, esercito alle prese con operazioni di soccorso. Fu solo il carattere cavalleresco dell’imperatore Francesco Giuseppe a impedire la messa in moto di questo piano micidiale, e a rispettare la situazione di lutto e di difficoltà in cui si trovava il potenziale avversario.

È chiaro che i terroristi islamici, i fautori del Governo nord-coreano, le decine di parti contendenti nei numerosi conflitti medio-orientali, non hanno di questi nobili scrupoli. Se verrà dimostrata la matrice “esterna” dell’attentato di Boston, allora ci dobbiamo attendere anche un prossimo rilancio dell’attività militare e terroristica in diverse altre aree del mondo, a cominciare dall’Afghanistan e dai movimenti intorno ai siti nucleari iraniani che vengono costantemente monitorati dai satelliti spia americani.

Ma non basta la reazione. Il mondo occidentale e lo stesso mondo islamico moderato devono intervenire diplomaticamente e culturalmente nei diversi mondi che sembrano loro tenaci avversari. Capire ma anche far capire.

Dacia Maraini, nel suo romanzo “Colomba” va col pensiero alla quotidianità del fanatismo islamico che spinge bravi ragazzi e belle fanciulle a far straziare i loro corpi dalle bombe che si portano sotto i vestiti per far saltare in aria i nemici e sé stessi. Alla ricerca di un paradiso dove danzano e banchettano vergini e giovani loro compagni. Bisogna discutere. E innanzitutto sui punti di meditazione della scrittrice: “come saranno compensate una volta entrate nei giardini delle delizie queste donne eroiche? cosa succederà delle settantasette vergini? volteranno loro la schiena? o dal fondo di un boschetto sbucheranno seducenti settantasette giovani sognanti? oppure ancora una volta scopriranno, anche da morte, che il loro è un destino di silenzi e di desideri destinati a marcire nel cuore?”

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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