Diffamazione, i direttori di testata: no al carcere per noi

Diffamazione, i direttori di testata: no al carcere per noi
di Barbara Ruggiero

edicola_620x410Diffamazione, no al carcere per i giornalisti. La richiesta arriva direttamente dai direttori delle testate giornalistiche italiane sentiti ieri in Commissione Giustizia alla Camera sul tema della riforma della diffamazione a mezzo stampa.

Il coro di no al carcere è oramai unanime: no alla pena detentiva, sì alla responsabilità professionale, nella consapevolezza che un conto è un errore e un altro è un’azione dolosa.

Su alcuni nodi principali della riforma (sanzioni, responsabilità oggettiva del direttore e rettifica) sono varie le prese di posizione dei direttori.

«In un Paese civile il carcere non dovrebbe essere previsto per i reati di opinione – ha detto il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli – e ritengo che questa potrebbe essere l’occasione per un riesame complessivo della responsabilità del direttore e dell’attività di controllo che si è fortemente complicata rispetto a quando i giornali uscivano una volta al giorno, avevano poche pagine e il direttore poteva leggere tutto».

«Il settore dell’editoria ha caratteristiche talmente specifiche che non è assimilabile alle altre imprese» – ha detto il direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti che, pur essendo d’accordo sull’eliminazione della pena detentiva, ha specificato: «Non siamo una casta, né vogliamo sottrarci a responsabilità di carattere penale. Qualora venga dimostrato che un giornalista scriva il falso, sapendolo, con lo scopo di trarre beneficio o di danneggiare, lì siamo in un campo diverso».

«Il direttore di un tg risponde anche di quello che dicono gli ospiti in onda» – ha precisato Bianca Berlinguer, direttore del Tg3.

Per Marco Travaglio, invece, il carcere è solo un falso problema.  Salvaguardando l’impianto normativo sulla diffamazione a mezzo stampa, a suo giudizio bisognerebbe distinguere fra il reato d’opinione, che non deve essere tale, e l’attribuzione di un fatto falso e infamante. È stato il direttore di Sky, Sara Varetto, a porre l’accento sul cambiamento che riguarda anche il ruolo del direttore responsabile, con una pluralità di testate che fanno capo ad uno stesso giornale e con i relativi siti online, per cui diventa impossibile per il direttore responsabile  controllare tutto. Sulla necessità di distinguere fra l’intenzionalità della diffamazione o meno ha insistito Maurizio Belpietro di Libero. Per il direttore del Tg2, Marcello Masi, non si può escludere dal dibattito l’informazione sul web che  avrà sicuramente un peso maggiore rispetto al passato.

Il direttore dell’Asca, Gianfranco Astori, ha insistito sull’omesso controllo sottolineando come ormai l’informazione non sia più legata, come un tempo, ad un prodotto finito. Il direttore dell’Agi, Roberto Iadicicco, ha messo l’accento sulla necessità di interpretare alla luce della realtà le proposte di legge in materia di diffamazione a mezzo stampa, non mancando di sottolineare la specificità delle agenzie di stampa che passano notizie a ritmo continuo e per le quali il valore della rettifica è comunque quello di una notizia minore.

 

redazioneIconfronti

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