Diffamazione, il ddl oggi al Senato. Ma dilagano le proteste

Diffamazione, il ddl oggi al Senato. Ma dilagano le proteste
di Barbara Ruggiero
Foto: piazzettavergani.org

Torna in Aula questa mattina al Senato il disegno di legge sulla riforma del reato di diffamazione a mezzo stampa. E mentre la classe politica discute a lungo e non trova l’accordo sugli emendamenti da approvare e sull’intera legge di riforma, i giornalisti sperano che il voto sull’articolo 1 – che avverrà con modalità segrete, come chiesto la scorsa settimana – chiuda definitivamente e con un nulla di fatto il progetto di riforma sulla legge.
In Aula oggi il voto segreto è previsto per l’articolo 1, l’essenza del progetto di riforma: l’abolizione della pena detentiva per chi si rende colpevole del reato di diffamazione a mezzo stampa. Finisce così che la maggior parte dei giornalisti sia propenso a tenersi la vecchia legge sulla diffamazione, definita dai più vecchia e antiquata ma non repressiva, come quella che, invece, dovrebbe essere approvata.
Anche Wikipedia, enciclopedia libera e collaborativa, si è schierata contro l’approvazione del ddl diffamazione. Da qualche giorno nella homepage del sito compare un riquadro in cui si spiega che «ancora una volta l’indipendenza di Wikipedia è sotto minaccia». Il testo, poi, spiega che: «In queste ore il Senato italiano sta discutendo un disegno di legge in materia di diffamazione che, se approvato, potrebbe imporre a ogni sito web la rettifica o la cancellazione dei propri contenuti dietro semplice richiesta di chi li ritenesse lesivi della propria immagine o anche della propria privacy, e prevede la condanna penale e sanzioni pecuniarie fino a 100mila euro in caso di mancata rimozione. Simili iniziative non sono nuove, ma stavolta la loro approvazione sembra imminente. Wikipedia riconosce il diritto alla tutela della reputazione di ognuno e i volontari che vi contribuiscono gratuitamente già si adoperano quotidianamente per garantirla. L’approvazione di questa norma, tuttavia, obbligherebbe ad alterare i contenuti indipendentemente dalla loro veridicità. Un simile obbligo snaturerebbe i principi naturali di Wikipedia, costituirebbe una limitazione inaccettabile alla sua autonomia e una pesante minaccia all’attività dei suoi 15 milioni di volontari sparsi in tutto il mondo, che sarebbero indotti a smettere di occuparsi di determinati argomenti o personaggi, anche solo per “non avere problemi”.
Wikipedia è la più grande opera collettiva della storia del genere umano: in 12 anni è entrata a far parte delle abitudini di milioni di utenti della Rete in cerca di un sapere neutrale, gratuito e soprattutto libero. L’edizione in lingua italiana ha quasi un milione di voci, che ricevono 16 milioni di visite ogni giorno, ma questa norma potrebbe oscurarle per sempre. L’Enciclopedia è patrimonio di tutti. Non lasciamo che scompaia».
La discussione della riforma della legge sulla diffamazione è arrivata sull’onda dell’entusiasmo dopo la pronuncia di condanna a tredici mesi di carcere dell’ex direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti.
Nella giornata di oggi, mentre al Senato si continuerà a discutere del ddl, la Federazione Nazionale della Stampa sarà ancora in piazza al Pantheon per protestare contro un ddl definito “legge-vendetta” che servirebbe a mettere il bavaglio all’informazione.
L’intesa tra i partiti che era stata trovata giovedì tra capigruppo Pd e Pdl non ha retto in Aula venerdì: ci sarebbero 80 senatori che non avrebbero alcuna intenzione di eliminare il carcere per la diffamazione aggravata senza mettere la stampa in condizione di non nuocere. Il sospetto è che si sia scelta la strada della riforma e dell’abolizione della pena detentiva per mettere un bavaglio alla libera informazione.
La discussione giovedì scorso si è arenata sull’argomento delle sanzioni da comminare in caso di diffamazione: il disegno prevedeva sanzioni massime di 100mila euro; un emendamento proponeva la diminuzione a un massimo di 50mila euro.
Se tutto restasse com’è ora Sallusti finirebbe in carcere a meno di una grazia da parte di Napolitano o di un decreto di Monti che anticipi un testo da far approvare con urgenza alle Camere.

Barruggi

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