Diffamazione, niente carcere e si salvano anche i blog. C’è l’intesa

Diffamazione, niente carcere e si salvano anche i blog. C’è l’intesa

Via libera della Commissione Giustizia del Senato al nuovo testo sulla diffamazione a mezzo stampa. Con un accordo tra Pdl e Pd, è stato varato il nuovo testo, composto di due soli articoli, che martedì torna in aula al Senato.
Il nuovo testo stabilisce che le rettifiche debbano essere pubblicate senza commento nel quotidiano o nel periodico che ha diffamato, comprese le relative edizioni telematiche.
Il testo approvato elimina la pena del carcere e la sostituisce con una multa che oscilla dai 5 mila ai 50 mila euro, tenendo conto della gravità dell’offesa e della diffusione dello stampato.
Il testo approvato dalla Commissione Giustizia stabilisce che il direttore, in quanto responsabile della testata, è tenuto a pubblicare gratuitamente, senza commento, e con lo stesso rilievo, le dichiarazioni o le rettifiche richieste dai diffamati.
Qualora la rettifica non venga pubblicata o venga pubblicata ma in violazione delle regole previste, l’autore della richiesta di rettifica può chiedere al giudice, ai sensi dall’articolo 700 del Codice di procedura civile (procedura d’urgenza) che ne sia ordinata la pubblicazione. La mancata o incompleta inottemperanza all’obbligo è punita con una sanzione amministrativa che va da 8mila a 16mila euro. In questa circostanza è previsto anche che il giudice ordini la pubblicazione della sentenza di condanna nei giornali coinvolti o in altri giornali, quotidiani o periodici che abbiano analoga diffusione quantitativa o geografica. La sentenza, se la parte offesa ne fa richiesta, va pubblicata integralmente.
Il nuovo testo stabilisce che la pena della multa oscilli tra 5 mila e 50 mila euro in caso di diffamazione commessa a mezzo stampa e consistente nell’attribuzione di un fatto determinato. La pena diminuisce fino a due terzi se, a richiesta della persona offesa, sia stata pubblicata la dichiarazione o la rettifica secondo le modalità previste. Il giudice dispone, inoltre, la trasmissione della sentenza di condanna all’ordine e che la pena sia aumentata qualora il direttore abbia rifiutato o omesso di pubblicare rettifiche o dichiarazioni secondo quanto previsto dalla norma.
Per quanto riguarda la responsabilità del direttore, colui che – direttore o vicedirettore – omette di esercitare sul contenuto il controllo necessario a impedire che attraverso la pubblicazione siano commessi reati, verrà punito a titolo di colpa con la pena stabilita per il reato commesso, diminuita fino a un terzo. La diminuzione non si applica qualora l’autore sia ignoto o non identificabile; la pena aumenta se l’autore è un giornalista professionista sospeso o radiato dall’Ordine.
Mancano, in definitiva, nel testo le norme che riguardavano i blog e la norma contestata a gran voce dal Pd sulla cosiddetta censura dei libri, con la quale si prevedeva l’obbligo di rettifica anche per le pubblicazioni che non hanno carattere periodico. Eliminato anche il cosiddetto nodo interdizione: la sanzione accessoria della sospensione dalla professione giornalistica in caso di condanna per diffamazione è scomparsa dal testo.
Alla luce di queste modifiche, la preoccupazione maggiore per grafici e direttori di giornali è la possibilità che la rettifica non abbia limiti di spazio. Pare, infatti, che nella parte in cui si parla di modalità di pubblicazione della rettifica, manchi il limite di 30 righe, sostituito da una frase che parla solo di “stesso rilievo e medesima collocazione” della notizia diffamante.
Martedì il testo torna nuovamente all’esame dell’Aula in Senato.

Barruggi

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