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Dio e il prossimo, i nostri due valori

Dio e il prossimo, i nostri due valori
dParola-di-Dio1i Michele Santangelo

Davvero strana la sorte di Gesù, considerata solamente dal punto di vista umano. A  fronte delle centinaia di persone che accorrevano per ascoltare i suoi insegnamenti perché si erano accorte che solo Lui “aveva parole di vita eterna”, si trovavano sempre quelli che rappresentavano, tra i suoi contemporanei, i fini di mente, i saccenti, quelli che vedevano in Lui solo il figlio del falegname, che aveva l’ardire di parlare addirittura in nome di Dio, anzi con la Sua autorità e, soprattutto, di ergersi a Maestro. Lo abbiamo ascoltato domenica scorsa quando Matteo ci ha raccontato che avevano cercato di coglierlo in fallo, sollecitandolo sul suo senso di appartenenza e sul suo senso civico chiedendogli se ritenesse lecito e doveroso pagare il tributo a Cesare. E si erano beccati il Suo piccato rimbrotto: “ipocriti, perché mi tentate?” Non poteva sfuggire a Gesù la tendenziosità del quesito. Anche questa domenica il nocciolo dell’insegnamento della parola di Dio nella celebrazione liturgica parte da una situazione analoga, raccontataci sempre dall’evangelista Matteo. Solo che questa volta sono i farisei ad essere risentiti perché Gesù, con le sue sapienti risposte “aveva chiuso la bocca ai sadducèi” e per metterlo in difficoltà scelgono un argomento particolare, addirittura la legge, scomodando, per di più, uno che teoricamente doveva essere l’esperto del ramo, un dottore della legge, il quale pensa di rivolgere al Signore un quesito veramente difficile: “Maestro, dice – possiamo immaginare – con una punta di ironia, qual è il più grande comandamento della legge?” E sì che doveva essere difficile rispondere alla domanda.  Per una persona qualunque era pressoché impossibile districarsi tra le numerosissime prescrizioni in cui i rabbini avevano esemplificato la legge mosaica, se si pensa che essi avevano compilato una lista di ben 613 comandamenti, dei quali 365 erano considerati lievi e formulati in negativo, con l’espressione “non devi”, mentre 248 erano considerati gravi e formulati in positivo con l’espressione “devi”. Gesù, come al solito non si sottrae alla domanda. Va subito all’essenziale, come si suole dire oggi quando si vogliono evitare giri di parole o quando si vuole evitare il pericolo di disperdersi in ragionamenti inutili ed oziosi. Risponde: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti.  E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso.  Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti”. Non era nuovo questo comandamento. Già nel Deuteronomio si dice “Tu amerai Jaweh tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le tue forze”. Si tratta di amore totalizzante: la parola “cuore” nella Bibbia indica la totalità della persona, la sua coscienza, la sua capacità di decidere. E “anima” corrisponde alla vita, all’esistenza dell’uomo nel suo quotidiano, al suo continuo porsi di fronte al bene o al male. Anche la seconda parte era nota ai dottori della legge per essere contenuta nel libro del Levitico. Il tratto nuovo che aggiunge Gesù è l’identificazione tra l’amore di Dio e quello per il prossimo. Il contenuto della prima lettura rappresenta in qualche modo l’esemplificazione pratica di questa identità. Era chiaro anche nell’Antico Testamento come la legge mosaica regolasse i rapporti con il prossimo, specialmente quello più bisognoso: il forestiero, l’orfano, la vedova, il povero. L’amore di Dio si rende visibile proprio nell’amore verso questo prossimo bisognoso. Il vangelo ed anche la lettera di S. Paolo ai Tessalonicesi richiamano all’essenziale della fede e della vita: l’accoglienza della Parola, la conversione e lo spirito di servizio.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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