Dio è padre anche se ‘tace’

Dio è padre anche se ‘tace’
di Michele Santangelo

lettore2-600x330Cronaca giudiziaria al tempo di Gesù, potremmo definire così l’argomento su cui impostare la nostra riflessione in questa XXIX domenica del tempo ordinario e che ci viene suggerito dall’evangelista Luca nel riportare la parabola raccontata da Gesù ai suoi ascoltatori per insegnare loro la necessità della preghiera anche se questa dovesse risultare insistente fino ad apparire inopportuna. Argomento, peraltro, ai nostri giorni sensibile, come si suole dire, se sganciato dal contesto religioso cristiano nel quale è inserito liturgicamente. Infatti le cronache giudiziarie dei nostri tempi non di rado rivelano certe tristi situazioni che si determinano nell’ambito, dalle quali, come è dato osservare, nessun contesto civile può dichiararsi assolutamente immune. Nel nostro caso due personaggi occupano la scena, da una parte un magistrato, come ne esistono anche tra noi, che per la professione esercitata, pensano di essersi spogliati definitivamente della loro natura umana che, al di là della preparazione scientifica e professionale, rimane pur sempre debole e fallace, non autonomamente in possesso della verità; dall’altra una povera vedova, vittima di una palese ingiustizia e che non riesce a far valere le sue giuste ragioni, di fronte all’arroganza di un giudice che continua a rimanere sordo alle sue innumerevoli suppliche affinché le venga resa giustizia. Da notare che nella Sacra Scrittura gli orfani e le vedove sono il simbolo delle persone socialmente più deboli, vittime di soprusi di ogni tipo, senza nessuno che si erga a loro difesa. La vedova della parabola non può fare altro che dare fondo a tutta la disperazione che le viene dalla sua più che precaria situazione e prima di soccombere definitivamente di fronte alla pervicacia del suo avversario e alla ostinata insensibilità del magistrato, noncurante degli ovattati e freddi ambienti della giustizia supera tutti i filtri frapposti tra lei e il depositario della cosiddetta giustizia per arrivare a gridargli per l’ennesima volta la sua pressante richiesta: “fammi giustizia contro il mio avversario”. Finalmente il miracolo avviene, il giudice più annoiato e supponente che convinto, emette la sentenza così attesa. Il contenuto morale e civile della parabola è più che evidente e già questo sarebbe bastevole per una fruttuosa riflessione da parte di chiunque. Ma va subito precisato che l’oggetto primo dell’insegnamento di Gesù è con chiarezza enunciato dallo stesso evangelista in apertura del racconto: “Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai”, com’è evidente, si tratta della perseveranza, della costanza e della fedeltà nella preghiera, tutte qualità cha sottintendono una ferma fiducia sull’efficacia della preghiera, soprattutto in ordine alla bontà e misericordia di Dio e in relazione al sostegno della fede, tanto più forte il sostegno quanto più sentita e sincera è la fede di chi prega. La preghiera non è qualcosa di facile quanto potrebbe esserlo la ripetizione di una formula magica alla quale è affidata la soluzione di qualunque tipo di problema. Una sua qualità indispensabile è rappresentata dalla costante fiducia nella paternità del Signore, anche nei momenti di apparente Suo silenzio. È questo, un altro sottile ma importante insegnamento, quello della certezza che ci deve animare mentre preghiamo ed è quello della certezza dell’ascolto da parte di Dio, data dalla incondizionata fiducia nella Sua paternità. Uno stato d’animo verso il quale ci indirizza una delle più belle e significative immagini contenute nei salmi e riferita a chi si rivolge a Dio nella preghiera ed è quella di un bambino svezzato in braccio a sua madre, a lei totalmente

 

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