Dio è sostanza della nostra speranza

Dio è sostanza della nostra speranza
di Michele Santangelo

festa-ss-trinita-2016In questa domenica che si colloca alla fine della serie delle domeniche in cui la chiesa cattolica ha celebrato un gruppo di solennità particolarmente importanti per la vita del cristiano, a cominciare dalla Pasqua, per finire con la Pentecoste di domenica scorsa, ricorre la solennità della SS.Trinità, che le compendia tutte. Il concetto di Dio “uno e trino”, come si è soliti indicare Dio nella religione cristiana, è il mistero per eccellenza, il mistero dei misteri che, tuttavia, non è calato nella storia della fede cristiana come un corollario di essa, intuito o dedotto con ragionamento particolarmente profondo, ma è il cuore della rivelazione divina fatta da Gesù Cristo nel breve periodo di tempo della sua predicazione o vita pubblica, una specie di lampo conoscitivo soprannaturale che attinge la profondità dell’essere senza neppure passare attraverso le speculazioni intellettive. Anzi quando gli studiosi di cose di Dio, i teologi e i filosofi, vi hanno voluto impegnare la ragione umana, con speculazioni forse ben oltre le capacità di questa, senza lasciarsi avvolgere, quasi rapire dallo slancio di fede e di amore che innanzitutto è contenuto nel messaggio di Cristo, non hanno fatto altro che creare discussioni, difficoltà e divisioni, le eresie, cosiddette, ma soprattutto gli eretici. Eppure Cristo annunciò questa verità al mondo, innanzitutto vivendola. Senza disquisire sull’unità della natura divina e sulla trinità delle persone, i vangeli ci parlano soprattutto della stretta e intima unione di Gesù con il Padre, sia nell’azione che nella parola, con l’unica preoccupazione di portare a compimento la missione affidatagli, in totale e incondizionata fiducia. L’ultimo grido terreno del Cristo fu l’affido al Padre del suo ultimo respiro: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. E prima di arrivare a questo epilogo si era rivolto a Dio pregando: “Di coloro che mi hai dato, non ho perduto nessuno”. E mentre compiva l’opera, l’unica sua guida, in ogni istante era lo Spirito Santo, fino al sacrificio totale di sé, e prima di ritornare, da risorto, nel seno del Padre, preannunciò l’invio dello Spirito sui discepoli, secondo la promessa del Padre, perché li istruisse interiormente su tutto ciò che aveva insegnato; così, infatti, avvenne il giorno della Pentecoste. Una Trinità annunciata, e soprattutto vissuta. Certamente tutto questo non vuole essere un giudizio di merito sull’ampio e sofferto lavoro pure entusiasticamente portato avanti nei primi secoli della Chiesa, non per spiegare razionalmente il mistero, opera peraltro impossibile, ma per apportare il migliore contributo possibile all’interpretazione della novità della rivelazione di Gesù in vista di una più profonda conoscenza di Dio, non solamente teorica, ma anche e soprattutto pratica, di testimonianza quotidiana di essere destinatari di un processo d’amore che si svolge nella vita trinitaria, tutto ridondante verso l’uomo. Oggi c’è una sensibilità generalizzata nel mondo cristiano, anche meglio diffusa e portata avanti da papa Francesco, in sintonia con i bisogni più profondi dell’uomo contemporaneo, sempre più povero, nonostante le apparenze, di approdi sicuri e coinvolgenti, verso una percezione della Trinità come espressione dell’amore divino che mai abbandona l’uomo dall’inizio del mondo e fino alla fine dei tempi; la Trinità come immagine di Dio che è Padre e Creatore, all’origine di ogni cosa, è l’insegnamento della prima lettura della liturgia odierna; immagine di Dio che, facendosi Figlio, e quindi anche fratello dell’uomo in Cristo Gesù, ci ha riportati in pace con Lui; immagine di Dio che per mezzo dello Spirito dona sostanza alla nostra speranza, che non delude perché è lo stesso Spirito che abitando in noi ci fa partecipi dello stesso amore di Dio.

redazioneIconfronti

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