Diseducazione permanente

Diseducazione permanente
di Beatrice Benocci
L'Ilva di Taranto
L’Ilva di Taranto

Quale dovrebbe essere il compito di una classe politica? Principalmente quella di educare il paese all’esercizio della cittadinanza attiva che non si esaurisce, come sovente sentiamo dire in questi mesi, nel recupero di un senso civico e di una partecipazione alla vita politica del paese, ma si esplica nel mettere in atto gli elementi di scelta, partecipazione, controllo, financo sostituzione della stessa classe politica, quando questa non risponde alle emergenze o alle vocazioni del territorio. Parliamo, quindi, di un cittadino e di una comunità che conoscono i propri doveri e che esercitano i propri diritti.

La storia di questo nostro paese, specialmente quella del Meridione, ci racconta di scelte operate dall’alto, pressoché mai condivise con il territorio, a valle delle quali spesso sono rimaste solo macerie e distruzioni. Esempi ne sono i processi forzati di industrializzazione della fine degli anni Cinquanta, anni Sessanta e Settanta: Italsider di Bagnoli, Ilva di Taranto, Eni di Gela, Aeritalia di Grazzanise, Alfa Sud di Pomigliano, V Polo siderurgico di Gioia Tauro, Liquichimica di Saline e la SIR di Lamezia Terme, impianti Fiat di Cassino, Termoli Imerese, di Grottaminarda, di Melfi, Liquichimica e Anic in Val Basento, Liquichimica Ferrandina, Liquichimica di Tito Scalo. Alcuni di questi impianti non sono mai stati realizzati, altri sono stati chiusi, altri ancora si trovano oggi in seria crisi economica, pochi rappresentano eccellenze. Possiamo ricordare anche il più recente progetto di costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina, ancora una volta un’idea calata dall’alto, in funzione di uno sviluppo non meglio identificato e quantificato.

E ancora, a partire dagli anni Novanta, su impulso della UE in Campania è stato dato vita ad un sistema articolato di aree protette: Parchi Nazionali, Parchi Regionali, Aree Naturali Marine Protette, Riserve Naturali Marine, Riserve Naturali Statali, Rete Natura 2000, costituita da SIC e ZPS, Oasi e altre aree naturalistiche. L’obiettivo comunitario, oltre a quello specifico di conservazione e preservazione dell’ambiente naturale, era quello di salvaguardare le zone interne e rurali, le cosiddette aree svantaggiate, inserendole in un sistema di nuovo sviluppo economico del territorio, a partire dal turismo naturalistico. Un disegno, quello comunitario, più che condivisibile. Ma ancora una volta, un programma calato dall’alto, poco compreso e accettato dai territori e, quindi, in alcuni casi fortemente avversato dagli stessi, ha lasciato un altro incompiuto, con gli enti preposti in totale crisi economica e i territori privi di identità.

Un altro esempio può essere la città di Salerno, lanciata come “città turistica”, oggi additata come “città europea”. Ma è Salerno una città turistica? Gli ultimi dati ci dicono che questa città non è una meta turistica: secondo l’ultimo rapporto sull’economia regionale di BankItalia, Salerno è al primo posto nel dato negativo con il 19,3% in meno di visitatori. Allora dovremmo domandarci cosa costituisce una città turistica? E la risposta esiste: un sistema ricettivo adeguato, una rete museale e culturale, un sistema di servizi in grado di rispondere alle necessità del turista, cioè un’offerta turistica articolata e ragionata e soprattutto durevole nel tempo, che non  può esaurirsi in eventi spot e nelle Luci d’artista. E pensare che per la sua posizione, punto di snodo verso la Costiera Amalfitana e il Cilento, e per la storia che la caratterizza – la Salerno normanna, quella longobarda, la Salerno dello sbarco etc. – questa città dovrebbe potersi ritagliare un posto di rilievo nel panorama delle città turistiche italiane. È Salerno una città Europea? Anche qui dovremmo partire dal declinare il significato di città europea, ma potremmo anche limitarci ad osservare che Salerno è europea perchè rientra nel novero delle città appartenenti all’UE.

Cosa rimane oggi di quelle scelte, calate dall’alto, non condivise con la cittadinanza, dettate troppo spesso da dinamiche di conflittualità politica interna ai partiti o tra i partiti e mai rispondenti alle vocazioni del territorio? Pressoché niente. Continuano a salvarsi solo quei territori che faticosamente hanno recuperato e tuttora recuperano le proprie vocazioni e le trasformano in eccellenza, su tutti il settore dell’agro-alimentare campano.

Rimane solo l’eredità che questo tipo di politica porta con sé, ovvero una diseducazione permanente del cittadino ad esercitare i propri diritti, ad arrabbiarsi, a pretendere un cambio di passo dalla politica. Una sorta di apatia civica, tramandata di padre in figlio, che da un lato finisce per tutelare e rafforzare gli artefici di questa cattiva educazione, dall’altro rende sempre più fragile il tessuto sociale ed economico meridionale; un’apatia che rende accettabili le briciole, avvalora le clientele, che fa dimenticare la storia e le vocazioni di questo territorio.

redazioneIconfronti

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