Documenti / E Don Riboldi mediò per la resa dei boss

Documenti / E Don Riboldi mediò per la resa dei boss

Pippo CalòNel 1992, in contemporanea con la trattativa avviata dai tre preti a Palermo, a Napoli si svolge una iniziativa parallela che non ha avuto lo stesso risalto sui media. Protagonisti sono il vescovo di Acerra don Riboldi, contattato dai Moccia di Afragola, un avvocato ex difensore di terroristi, Saverio Senese, un dirigente della Caritas, un cappellano del carcere di Poggioreale e il magistrato napoletano Paolo Mancuso.
Oggetto della trattativa la proposta di dissociazione di diversi capi della camorra in cambio di benefici di legge. Che la mafia siciliana, o almeno i suoi vertici, fosse a conoscenza della trattativa parallela che si stava svolgendo a Napoli, è confermato indirettamente proprio da padre Ribaudo: “Tanto io quando don Riboldi… guarda caso… siamo stati chiamati in contemporanea senza che noi due ci fossimo conosciuti. Cioè la camorra ha avvicinato don Riboldi e la mafia me. Nel senso di dirmi: se lo Stato fosse disponibile ad accogliere la dissociazione di quei determinati mafiosi e di quei determinati camorristi che accusano se stessi, senza accusare nessuno e senza mettersi contro nessuno, e questo può costituire vantaggio nei confronti del trattamento verso i mafiosi, loro sono pronti a dissociarsi”.
Dunque le due trattative partono nello stesso periodo e hanno come oggetto le stesse condizioni: dissociazione in cambio di benefici. I Moccia di Afragola erano inoltre in affari con il mafioso Pippo Calò
[foto]; insieme avevano fatto degli investimenti in Sardegna.
Vediamo come andarono le cose dalla ricostruzione fattami dal magistrato che ne fu investito, Paolo Mancuso.
I Moccia di Afragola incontrano don Riboldi ad Acerra chiedendogli di avviare contatti con la magistratura napoletana sulla base della disponibilità di diversi capi della camorra di dissociarsi e di deporre le armi in cambio di benefici di legge da ottenere mediante l’introduzione nel codice penale della figura del “dissociato di mafia”, cioè di colui che riconosce i propri errori e delitti senza incolpare altri. Altri benefici attesi: migliori condizioni carcerarie e, in prospettiva, riduzioni di pena. Ai Moccia la strategia viene forse suggerita dall’avvocato Senese, difensore storico di alcuni esponenti delle Brigate rosse, che nel frattempo era divenuto avvocato del clan Moccia. Senese sapeva bene che durante la lotta al terrorismo era stata introdotta nel codice penale la dissociazione dal terrorismo con relativi sconti di pena. Perché non farlo anche per i mafiosi e i camorristi? I Moccia sono entusiasti, in particolare Angelo, una delle menti criminali più fini all’interno dei clan camorristici, ed è verosimile che chiedano il consenso dei loro amici mafiosi. Parlatone con don Riboldi, decidono di contattare il magistrato napoletano in quel periodo più impegnato contro le bande di camorra, cioè Paolo Mancuso. Ma perché scelgono come interlocutore con la magistratura proprio don Riboldi? Sicuramente perché è un vescovo antimafia, e dunque più credibile; Afragola poi è vicino ad Acerra, e don Riboldi ha un ottimo rapporto con i mass media. Si è battuto contro la camorra, non disdegna le luci della ribalta e al tempo stesso, come uomo di Chiesa, è sensibile all’argomento “dissociazione”. Una mattina a parlare con il magistrato si presentano don Riboldi, l’avvocato Senese, il direttore della Caritas don Elvio Damoli (per vent’anni cappellano del carcere di Poggioreale) e il direttore dei cappellani delle carceri. La presenza di questi ultimi lascia immaginare che dell’avvio della trattativa fossero informate alte gerarchie della Chiesa. In ogni caso è del tutto verosimile che don Riboldi avesse avvertito qualche suo superiore: un vescovo non prende iniziative personali. Senese e don Elvio Damoli avevano detto a don Riboldi che più di trecento camorristi erano pronti a dissociarsi e a deporre le armi. Alla fine dell’incontro don Riboldi indica nell’avvocato Giovanni Bianco il tramite con cui tenersi in contatto.
Paolo Mancuso è colpito dalla proposta, ci pensa a fondo e poi ne parla con altri magistrati, in particolare con Giovanni Melillo, e matura alla fine l’orientamento per il no. Contrari sono anche gli altri magistrati del pool antimafia della procura di Napoli, Franco Roberti e Lucio Di Pietro, contrario è anche il procuratore Agostino Cordova, che in seguito entrerà in rotta di collisione con i suoi magistrati, ma in quella occasione mostra di condividerne gli orientamenti. Il ragionamento che fanno è il seguente: la dissociazione è l’arma per bloccare la collaborazione dei pentiti. Dire sì ad una trattativa vuol dire delegittimare i pentiti e scoraggiarli dal rivelare ulteriori notizie sulle attività camorristiche di cui sono a conoscenza
”.
(Isaia Sales, “I preti e i mafiosi. Storia dei rapporti tra mafie e chiesa cattolica”, Baldini Castoldi Dalai editore, 2010)

redazioneIconfronti

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